Che ora è, che giorno è...
I miei libri su Lulu
Musica, maestro!
Foto recenti
Premi ricevuti
Oggi qui, domani là...
Feed
Grazie, Adele!
Qualcosa di me
Contapassi
Le mie opere 
Hanno detto la loro
Uno sguardo indietro
Leggo anche qui
Il blog politico
I bimbi di Casarano
Ho parlato di...
Legalese
Fontan de’ Trevi
Racchiusa in mezz’ettaro de spazzio
tra palazzi che fanno monumento
s’apre davanti l’occhi ’n gran portento
che d’umanità nun te fa mai sazzio.
Lì trovi tanta ggente che s’affolla[1]:
er principe ch’ammolla ’na patacca[2],
quarcuno che rimorchia ’na polacca[3],
chi de straforo[4] ’na canna se rolla,
chi pe’ ’r futuro butta ’na moneta[5],
e chi se tuffa pe’ tiralla su[6],
er cinese che vénne suvenìr[7],
quarcuno che ce prova a fa’ l’atleta...[8]
Fontan de’ Trevi mia, sei sempre tu,
la vita è dorce e tu nun poj spari’![9]
[1] Oggi piazza di Trevi è il tipico caso di “turismo insostenibile”: la piazza è minuscola, occupata per metà dalla monumentale fontana e per l’altra metà affollata a ogni ora del giorno e della notte da centinaia, se non migliaia, di turisti, ambulanti, borseggiatori e cacciatori di occasioni; è possibile goderne la bellezza, soprattutto d’estate e nei periodi di alta stagione turistica, praticamente soltanto fra le 4 di notte e le 7 di mattina...
[2] Il principe che rifila una patacca. Come dimenticare il film Totò truffa 62, nel quale rifulge la splendida invenzione della truffa ideata dal principe De Curtis e Nino Taranto per vendere a un americano la fontana di Trevi? Lo sventurato viene raggirato alla grande con il miraggio del possibile prelievo di tutte le monetine gettate dai turisti nella fontana. Totò è, come sempre, irresistibile, e Nino Taranto è una spalla di grande levatura.
Off topic. Andrebbe scritto l’elogio delle “spalle” dei comici giganteschi qual era Totò: per andargli appresso, a quella furia scatenata, visto che spesso se non sempre recitava “a braccio”, dovevano avere una dose non inferiore di follia e genialità. Nello stesso film (che spero tutti abbiano visto...) c’è anche un mirabile travestimento in panni femminili di Totò che sforna una serie di giochi di parole e di doppi sensi che travolge lo spettatore.
[3] L’arte del “rimorchio”, resa celebre da innumerevoli film della commedia all’italiana, si estrinseca(va) soprattutto nei pressi del Colosseo, a piazza Navona e, a appunto a piazza di Trevi.
[4] Di nascosto.
[5] Il lancio della monetina è la tradizione più conosciuta al mondo (citata anche nella canzone Arrivederci Roma): lanciando di spalle una moneta dentro la fontana ci si propizia un futuro ritorno nella città. Ignote le origini della tradizione, che scaturisce probabilmente dall’usanza di gettare nelle fonti sacre oboli o piccoli doni per propiziarsi la divinità locali.
[6] Il comune di Roma ha deciso da molti anni (sindaco Veltroni) che tutte le monetine recuperate vengano devolute alla Caritas romana; questo non impedisce, comunque, a qualche “dilettante” di fare recuperi personali, se non ci sono vigili (pizzardoni...) a guardare.
[7] Il cinese che vende souvenir. La vendita ambulante, una volta appannaggio pressoché esclusivo degli immigrati meridionali (a parte i gelatai, che, chissà perché, erano quasi tutti veneti), è oggi in mano a cinesi, bengalesi e asiatici in genere.
[8] Qualcuno che prova a fare l’atleta. Non è raro il caso di qualche vandalo che si diverte a scalare il monumento.
[9] La vita è dolce e tu non puoi sparire. Il riferimento, palese, è al film di Federico Fellini La dolce vita, ovviamente, con la celebre scena del bagno notturno di Anita Ekberg (Anitona, per i romani) nella fontana. Il bianco/nero della pellicola esalta il nitore del monumento (fontana o attrice?); a sua volta la Ekberg è fasciata in un abito scuro che stimola fantasia e immaginazione. Anni dopo, il regista affermerà, in una intervista:
“Se mi chiedete della Dolce vita come nel test delle associazioni, rispondo subito: Anita Ekberg! A distanza di trent’anni il film, il suo titolo, la sua immagine, anche per me, sono inseparabili da Anita. Era di una bellezza sovrumana. La prima volta che l’avevo vista in una fotografia a piena pagina su una rivista americana pensai: «Dio mio, non fatemela incontrare mai!» Quel senso di meraviglia, di stupore rapito, di incredulità che si prova davanti alle creature eccezionali come la giraffa, l’elefante, il baobab lo riprovai anni dopo quando nel giardino dell’Hotel de la Ville la vidi avanzare verso di me preceduta, seguita, affiancata da tre o quattro ometti, il marito, gli agenti, che sparivano come ombre attorno all’alone di una sorgente luminosa. Sostengo che la Ekberg, oltretutto, è fosforescente."
[Piccola nota autobiografica: Anitona festeggia il compleanno lo stesso giorno del sottoscritto!]
permalink | Categorie del post: poesia, cinema, roma, fontane di roma | Grazie per i vostri commenti (8)
Franz Kafka (Praga, 3 luglio 1883 – Kierling, 3 giugno 1924) è stato uno scrittore ceco di lingua tedesca, considerato uno dei maggiori del XX secolo.
La tematica principale di Kafka, il senso di smarrimento e di angoscia di fronte all'esistenza, carica la sua opera di contenuti filosofici che hanno stimolato l'esegesi dei suoi scritti, specialmente a partire dalla metà del Novecento. Non sono pochi i critici che hanno intravisto elementi esistenzialistici molto spiccati, tali da farne un esistenzialista o almeno un anticipatore dell'esistenzialismo contemporaneo.
permalink | Categorie del post: cultura, letteratura, praga, kafka franz | Grazie per i vostri commenti (11)
Er cicerone a piazza Navona
“Uànderful! Veri, veri nais dis piazza...”[1]
‘Macché piazza...’ se disse er cicerone
sbircianno er decorté[2] de ’na regazza,
‘questi so’ i colli de Montefiascone...’[3]
“Questa è opera de ’r granne Bbernini,
iu si?[4] Er fiume co’ ’na mano arzata,
pijanno ’n po’ pe’ ’r culo Bboromini,[5]
pe’ paura che caschi ’a facciata!”[6]
“End dat cerce? Sant’Aghnese, is it tru?”[7]
“E come no! La statua l’hai guardata?
Lo vedi che se tie’ ’na mano ’n petto?[8]
Che sembra quasi di’, a ttu pper tu:
‘È inutile che fate ’sta gufata[9],
qui sto e qui resterò, caro architetto!’”
[1] Wonderful! Very, very nice this “piazza”. (Meravigliosa! Molto, molto carina, questa piazza)
[2] Sbirciando il décolleté.
[3] Montefiascone è un paese vicino Viterbo, in zona collinare, famoso per la produzione del vino Est! Est!! Est!!! Il nome particolare di questo vino deriva da una leggenda. Nel 1111 Enrico V di Germania stava raggiungendo Roma con il suo esercito per ricevere dal papa Pasquale II la corona di Imperatore del Sacro romano impero. Al suo seguito si trovava anche un vescovo, intenditore di vini. Costui mandava il suo coppiere Martino in avanscoperta precedendolo lungo la via per Roma, per assaggiare e scegliere i vini migliori. I due avevano concordato un segnale in codice: qualora Martino avesse trovato del buon vino, avrebbe dovuto scrivere “est”, ovvero “c’è”, sulla porta della locanda, e, se il vino era molto buono, doveva scrivere “est est”. Il coppiere, una volta arrivato a Montefiascone e assaggiato il vino locale, non poté comunicare in altro modo la qualità eccezionale di quel vino se non ripetendo per tre volte il segnale convenuto e rafforzandolo con punti esclamativi: EST! EST!! EST!!!...
[4] You see? (Lo sai?)
[5] Prendendo un po’ in giro Borromini.
[6] Nella Fontana dei quattro fiumi (opera di Bernini) a piazza Navona, la statua rappresentante il Rio de la Plata tiene un braccio alzato e quella rappresentante il Nilo si copre il volto; una leggenda vuole che ambedue lo facciano per proteggersi dall’eventuale caduta della facciata arcuata (primo esempio del genere) della chiesa di Santa Maria in Agone, opera di Borromini, rivale acerrimo di Bernini.
[7] And that church? Sant’Agnese, is it true? (E quella chiesa? Sant’Agnese, vero?)
[8] Un’altra leggenda narra poi che Borromini rappresentò Sant’Agnese, che si tocca il petto con la mano, come ad assicurare che la sua chiesa non sarebbe caduta.
[9] La gufata è l’atto del portare jella.
permalink | Categorie del post: poesia, roma, fontane di roma | Grazie per i vostri commenti (18)

Billy, nato Samuel, Wilder (Sucha Beskidzka, 22 giugno 1906 – Los Angeles, 27 marzo 2002) è stato un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense di origine galiziana (attualmente Sucha Beskidzka è in Polonia, ma all'epoca faceva parte dell'impero austro-ungarico).
È considerato uno dei registi e sceneggiatori più prolifici ed eclettici nella storia del cinema ed è passato alla storia come il padre della commedia americana, ma è anche da annoverare fra i fondatori del genere noir. In circa cinquant'anni di carriera ha diretto oltre 30 film e scritto 75 sceneggiature.
permalink | Categorie del post: cinema, wilder billy | Grazie per i vostri commenti (8)

La fontana de la Pigna
’Gni vorta che cce passo[1], senti a mme,
me sovviene[2] che, sotto ar solleone,
annavo co’ mi padre a ’r Bottegone[3]
che era de Tojatti e Berlinguer.
Che bbevute lì sotto a quer nasone!
A Roma, ce lo sai, a le fontanelle
te voressi lava’ puro[4] l’ascelle
si nun girasse ’ntorno ’n pizzardone...[5]
Quella pigna sta lì, messa a ricordo
de una ppiù granne[6], aritrovata
in loco[7] e fregata poi da ’r papa.
Si se trovasse, noi romani, accordo
pe’ dasse tutti quanti ’na svejata[8],
je faressimo vede’[9], a ’sto magnarapa[10]!
[1] Ogni volta che ci passo.
[2] Mi ricordo.
[3] Bottegone era il soprannome con cui era noto, sia tra i comunisti che tra gli avversari, il palazzo dove aveva sede la direzione nazionale del Pci, in via delle Botteghe oscure, che si trova a poche decine di metri da questa fontana. D’estate, quando non avevo scuola, ero solito andarci con mio padre, dato che lui lavorava lì. Ricordo con affetto, soprattutto, il centralinista; all’epoca non esistevano numeri passanti, né tantomeno teleselezione, dunque tutte le telefonate da e per l’esterno passavano attraverso di lui; stavo interi pomeriggi affascinato dalle sue veloci mani che pigiavano sui tasti, e, talvolta, quando non ne poteva più, si assentava per i suoi bisogni lasciandomi alla consolle per un paio di minuti. Così ho potuto conoscere le voci di Pajetta, Bufalini, D’Onofrio e tanti tanti altri, che naturalmente incontravo anche nei corridoi, ma con i quali certo non mi capitava di scambiare voce! A due personaggi, invece, ho potuto invece stringere anche la mano: i due citati qui, ma questo sarà oggetto, casomai, di altro sonetto...
[4] Ti ci vorresti lavare anche.
[5] Se intorno non girasse qualche pizzardone. Questo è l’appellativo (affettuoso, ma non sempre...) con cui vengono chiamati a Roma i vigili urbani. Il nome deriva dal cappello che le guardie civiche portavano nell’ottocento, una sorta di feluca a due pizzi. Memorabile lo stornello del sor Capanna, che qui riporto:
Fiore de uvaccia,
li pizzardoni porteno la treccia,
in testa j’hanno messo la bbarcaccia.
Dove la barcaccia è la fontana di cui a un precedente sonetto; il cappello delle guardie municipali ricordava per la forma, una barca rovesciata!
[6] La fontana, realizzata dall’architetto Pietro Lombardi nel 1927, insieme ad altre nove, per l’arredo urbano in occasione del quinto anniversario della marcia su Roma, prende lo spunto dal ritrovamento, presso le Terme di Agrippa, di una enorme pigna in bronzo, risalente a epoca romana. La pigna bronzea venne portata in Vaticano (dove si trova ora nel cortile del Belvedere, all’interno dei Musei vaticani) in epoca medievale, tant’è che la cita Dante nel XXXI canto dell'Inferno:
La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma.
[7] Nel luogo.
[8] Per svegliarci tutti quanti.
[9] Gli faremmo vedere.
[10] Mangia rape. A Roma, i crauti (verza cotta) vengono detti anche rape, ed essendo il papa tedesco...
permalink | Categorie del post: poesia, vita, roma, fontane di roma | Grazie per i vostri commenti (19)

Dopo accurate ricerche nella casa avita di Recanati, è stato scoperto un manoscritto inedito del poeta Giacomo Leopardi. Frotte di critici e studiosi si sono accinti all'arduo compito di interpretarne il significato. Sembra che quest'ode sia stata scritta subito dopo il celeberrimo canto A Silvia, ma sull'interpretazione i critici sono discordi: taluno arguisce che il poeta si sia voluto divertire a scrivere questo brano in forma ironica, sulla falsariga dei Paralipomeni della Batracomiomachia, con personaggi completamente inventati; altri reputa, invece, che il recanatese abbia avuto un sogno, una sera che aveva mangiato peperoni arrostiti non molto cotti. Un'infima minoranza, infine, sostiene che quest'ode è un falso, abilmente prodotto in epoca recentissima, ma non dice da chi e a quale scopo.
Noi, che per vie fortunose siamo potuti entrare in possesso del manoscritto, crediamo di fare opera meritoria pubblicandolo, sicché ogni lettore si possa formare la propria opinione leggendone il testo originale. Buona lettura.
A Silvio
Silvio, rimembri ancora
quel lettone di tua magion romana,
quando collier e gioielli
con mano lesta mi porgevi,
e io, lieta e pensosa, il grilletto
del mio telefonin premevo?
Suonavan le ricche
stanze, e le vie d’intorno,
al tuo perpetuo canto,
allorché con Apicella intento
cantavi, assai contento
delle ragazze che intorno avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
sollazzarti ogni giorno.
Io la Puglia leggiadra
talor lasciando e le sudate terre,
ove ricchi politicanti
di me compravan la miglior parte,
sperando sempre procurar ostello,
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che pesanti buste allungava.
Mirava io banconote,
violette e gialle,
e quinci il tuo pipin, e rabbrividiva.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.
Che nottate fiammanti,
che cantate, che cori, o Silvio mio!
Quale allor mi apparia
il mio futuro opimo!
Quando sovviemmi del tuo scalpo asfaltato,
una risata squassa
il seno mio rifatto,
e tornami a doler di mia sventura.
O Silvio, o Silvio,
perché non mi rendi più
quel che giurasti allor? dove son i denari
ch’allor mi promettesti?
Silvio, pria che l’erbe inaridisca il verno,
da dileggio mondial combattuto e vinto,
scomparirai, qui lo giuro! E non avrai
dell’europarlamento il capo;
non ti molcerà più il core
la dolce lode or del poeta Biondi,
or di color ch’al minister chiamasti;
né teco le scolte in villa
ragioneran d’amore.
Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: all’ostello mio,
che pur bramavo,
rinunciar dovrò. Ahi come,
come infingardo sei,
quante frottole ognor mi raccontasti,
sol perché io te lo menassi!
Questo è il mondo? questi
i posti di lavor, i ponti, l’opre, gli eventi,
onde di voti qui hai fatto il pieno?
questa la sorte delle italiche genti?
All’apparir del vero
tu, misero, cadrai: e con la mano
la villa sarda ed un vulcano spento
mostrerai di lontano.
permalink | Categorie del post: poesia, patafisica | Grazie per i vostri commenti (29)

’A fontana de le rane
A ’r centro de ’r quartiere Coppedè[1]
ce sta ’na fontana co’ li ranocchi
tra muri bbizzantini e bbarocchi:
riminiscenze da dove’ vvede’[2].
’Sto Coppedè era ’n mostro de bbravura,
c’aveva ’n gusto a mescola’ li stili
che in quattro palazzotti signorili
scrisse la storia de l’architettura[3].
M’aricorda[4] ’n concerto ch’ho sentito,
pe’ ppianoforte, ne ’r novantatré;
sonava ’n itagliano, ’n tal Cannato[5]
- era chiaro - appena diplomato[6]:
ne ’r programma, da Bacche a Sciombé[7]
c’era tutta ’a storia de lo spartito[8]!
[1] Viene così chiamata una piccola zona di Roma (pochi isolati che contano esattamente 17 villini e 26 palazzine), tra la via Nomentana e la via Salaria, realizzata ai primi del secolo scorso dall’architetto fiorentino Gino Coppedè.
[2] Reminiscenze da dover vedere.
Gli edifici del quartiere Coppedè sono realizzati con uno stile architettonico in cui le suggestioni del passato - torri medievali, finestre manieriste, stemmi barocchi - si fondono in modo perfetto con elementi desunti dal repertorio Liberty e Déco. Ne risulta un paesaggio unico: villini circondati da vegetazione, edifici in cui i motivi mitologici dell’antica Grecia si uniscono a un medioevo fantastico. Si entra nel quartiere attraverso un arco dal quale pende un enorme lampadario in ferro battuto (!). La decorazione è data da fregi, stucchi, cornicioni, mascheroni, balaustre, bugnati, statue e logge disposte in modo asimmetrico.
[3] Il risultato dell’opera di Coppedè è un paesaggio unico: villini circondati da una discreta vegetazione, edifici in cui l’antichità greca, con i suoi motivi mitologici, si uniscono al medioevo che si immagina da fiaba, con fate e cavalieri corazzati. In altri edifici si nota una dominanza del contemporaneo Liberty, fondato sulla stilizzazione di elementi della natura, come gigli, rose, campanelle, rami che si intersecano. Ma non è tutto: la Palazzina del Ragno, per esempio, con i suoi archi disposti asimmetricamente e il faccione scolpito, vuole riecheggiare la statuaria assiro-babilonese (cui del resto occhieggiava anche l’arte barocca).
[4] Mi fa tornare in mente.
[5] L’episodio è vero, anche se il nome è di fantasia...
[6] Ricordo, per chi non lo sapesse, che al diploma di pianoforte bisogna eseguire brani per un’ora complessiva, che coprono l’arco della storia della musica, dal settecento a (più o meno) i giorni nostri...
[7] Forse non tutti lo sanno, ma i romani sono fantastici nello storpiare i nomi stranieri, che tentano di forzare sempre alle regole del proprio dialetto. Qui si citano nientemeno che Bach e Schönberg...
[8] Ovvero della musica.
permalink | Categorie del post: poesia, roma, fontane di roma | Grazie per i vostri commenti (11)
... che si ritrovano amici di blog, ma azzarderei, senza tema di smentita, anche ormai amici personali.
E quando gli amici arrivano anche dalla
Romagna solatia, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta;
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta... (ri-cit.)
... allora la cena è più gustosa, il ciarlar più allegro e i versi fioccano...
Ieri sera, lì a la Tavernaccia,
se semo scofanati a tutto spiano!
D’artronde, co’ quer magna’ paesano,
nun c’è verzo che a quarchedun nun piaccia!
Flavio, Nico, Andrea e Maria Grazzia
co’ Enzo, Marco, Flo e Massimino
hanno magnato ppiù de un grissino
come d’artronde Paola co’ Ppatrizzia!
Ma si li conti nun li ho sbajati
eravamio undici lì a ttavola...
Chi s’è scancellato da la memoria,
chi stava puro lì a fa’ bardoria?
Chi scrive ’sti verzi sparpajati...
Mauro, omo dall’occhi nocciola!
Con tanti ringraziamenti a tutti quelli che sono venuti, il dispiacere per chi non è potuto essere dei nostri e sberleffi alle solite sòle...
permalink | Categorie del post: roma, amici, blogmeeting | Grazie per i vostri commenti (35)
’A Bbarcaccia
"Córi[1]! Córi! Er Tevere strarìpa!"
Se senteno ’sti strilli da Regola[2]
a Ppanìco, da Ponte ’nzino[3] a Ripa.
La ggente, pijata da la fregola[4],
s'accarca verzo[5] i colli: a ’r Campidojo,
a ’r Celio, a ’r Viminale e a l’Aventino.
Li ggiorni dopo, sortanto cordojo[6]
de tutto er popolo capitolino.
Passata la bburiana, er papa fece
a Bbernini Pietro, de’ Giallorenzo
padre: “Su quella piazza, Noi volemo[7]
che sia fatta ’na fontana, co’ prece[8]
ch’ar popolo je risovvenga er zenzo[9]
de ’sta bbarca co’ ’n zolitario remo!”[10]
[1] Corri.
[2] Questo e i successivi sono i nomi di alcune delle zone di Roma che affacciano sul Tevere e che più spesso erano sommerse dalle frequenti piene, fino a che, tra la fine dell'ottocento e l'inizio del novecento, vennero costruiti gli argini a muraglione che ancora oggi proteggono il centro storico della città. Per proteggere la zona meridionale, invece, toccò attendere i primi governi comunali di sinistra, che sistemarono finalmente la zona della Magliana, che fino agli anni sessanta ogni volta che pioveva poco più del normale diventava un acquitrinio.
Regola è il rione di Campo de’ Fiori, Panìco è la zona tra Regola e Ponte, che è il rione di Sant'Eustachio (dove si beve il miglior caffè di Roma), Ripa è il rione dell'isola Tiberina.
[3] Sino.
[4] Presa dall'ansia.
[5] Si accalca verso.
[6] Soltanto cordoglio.
[7] Vogliamo.
[8] Preghiera, ma anche precetto nel senso di ordine.
[9] Gli torni in mente il significato.
[10] La fontana di piazza di Spagna, detta familiarmente Barcaccia, venne realizzata nel 1627 da Pietro Bernini, che lavorò aiutato anche dal figlio Gian Lorenzo, su commissione del papa Urbano VIII. La sua forma particolare, rappresentante appunto una barca, venne ispirata dalla comparsa sulla piazza di una barca, con un solo remo rimasto a bordo, portata fin lì da una delle massime piene del Tevere, quella del 1598. È una delle poche fontane monumentali di Roma che non presenta zampilli o cascate d'acqua, e ciò per una precisa ragione tecnica: all'epoca la pressione dell'acquedotto Vergine, da cui era alimentata, era talmente insufficiente che il Bernini, per poterne consentire almeno il riempimento, la dovette interrare rispetto al terreno circostante.
[In testa: Ettore Roesler Franz, La piena del Tevere a via della Fiumara, 1870, acquerello, collezione privata]
permalink | Categorie del post: poesia, roma, fontane di roma | Grazie per i vostri commenti (19)

Siamo finalmente riusciti, dopo appostamenti degni di Sam Spade, Harry Bosch o Kurt Wallander, a intervistare Gaetano Saya, fondatore della “Guardia nazionale italiana”. Gli abbiamo chiesto di commentare le reazioni preoccupate dell’opinione pubblica democratica di fronte a un corpo di vigilantes le cui insegne ricordano da vicino i simboli più sinistri del fascismo.
Domanda: Signor Saya, non le sembra che le divise dei vostri ragazzi ricordino un po’ troppo da vicino le uniformi del ventennio? Per esempio, quell’aquila imperiale sul berretto...
Risposta: Quella un’aquila imperiale? Macché! È soltanto un falco pellegrino; serve a sottolineare il nostro impegno a favore delle specie in via d’estinzione. Noi non abbiamo nulla a che fare con un’ideologia anacronistica ormai consegnata alla storia!
D: E il saluto romano?
R: Anche qui si tratta di un equivoco: noi tendiamo il braccio per fare esercizi di stretching, per sciogliere i muscoli, insomma...
D: Ah bene! Ma i distintivi con il testone del Duce…
R: Il Duce? Buona questa. Guardi meglio: non vede che è Claudio Bisio? Siamo tutti fan sfegatati dell’attore milanese, e ne siamo fieri!
D: Scusi, però la fascia nera sul braccio, decorata con una fiamma tricolore…
R: Intanto, la fascia non è nera, ma color canna-di-fucile... E poi, guardi meglio: quel disegno non è una fiamma, ma un gelato ai gusti di pistacchio, limone e fragola. Un simpatico messaggio di pace che piacerà sicuramente anche ai bambini...
D: Grazie, signor Saya, ci ha rassicurati completamente. Non abbiamo nulla da temere dalle sue Guardie democratiche e antirazziste. Del resto ben si vede dalle foto che non siete armati altro che di una torcia…
R: No, un momento, lei continua a confondersi e a confondere i suoi lettori. Quello veramente è un manganello. E se non la pianta con le domande, brutto ficcanaso comunista extracomunitario frocio, glielo sbatto dove dico io!
Ed ecco come appare la divisa della “Guardia nazionale italiana”: i lettori possono giudicare da sé...
Questo, invece, l'originale, indossato dal maresciallo Rodolfo Graziani nel 1944 (uno di quelli, tra l'altro, che portarono la civiltà in Libia nel periodo 1921-'34):

permalink | Categorie del post: spigolature | Grazie per i vostri commenti (17)