Non solo matematica...
Vi sono momenti della storia, nei quali tutto quello che si può fare
è tenere accesi piccoli fuochi nella notte, proteggendoli dalla tempesta
e da chi li vuole spegnere a colpi di prepotenza, di avvocati e di leggi,
perché, a notte e bufera finite, il villaggio dovrà pur ricominciare a cuocere e scaldarsi.
(Gilles Deleuze)

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Postato da MauroPiadi alle 22:29 di martedì, 29 aprile 2008

svejk

Jaroslav Hašek (Praga, 30 aprile 1883 - Lipnice, 3 gennaio 1923) è stato uno scrittore, umorista e giornalista ceco.

"Faccio rispettosamente notare che da militare io sono stato riformato per idiozia, e dichiarato ufficialmente idiota da una commissione straordinaria. Io sono un idiota in piena regola", così, al superiore che lo redarguisce o all'ufficiale di polizia che lo arresta, si presenta, puntualmente e con disarmante bonomia il buon soldato Švejk. E in questa sua autocertificazione di manifesta idiozia, sta tutta la genialità del popolano intelligente e ironico che, con consapevole e micidiale sarcasmo, riversa la ben più manifesta idiozia di ogni forma di autorità sui suoi più ottusi e burocratici rappresentanti.

Scritto al termine della prima guerra mondiale e uscito a puntate, poi raccolte in due volumi, dei quattro previsti se l'autore non fosse morto prematuramente, distrutto dai suoi felici stravizi, Il buon soldato Švejk narra le esilaranti e grottesche avventure di un modesto cittadino praghese, di mestiere venditore di cani, tutti forniti di pedigree rigorosamente falsi, arruolato a forza, dopo l'attentato di Sarajevo al granduca Ferdinando, nell'imperial regio esercito austroungarico, e mandato a combattere (nel suo caso si fa per dire, perché Švejk non sparerà neanche un colpo) sul fronte russo.

Sbattuto inopinatamente al centro di quell'immane macello che fu la guerra, Švejk si districa come può dai legacci della disciplina, divenendo dapprima l'attendente di Otto Katz, cappellano militare e grandioso avvinazzato (il capitolo nel quale è descritta una disastrosa messa da campo è senza dubbio una delle più spassose pagine dell'intera letteratura del novecento), poi del cinico e disincantato tenente Lukaš, il solo, fra tutti gli ufficiali di cui si tratta, che manifesti un barlume di intelligenza e umanità. E l'unica arma di cui il protagonista dispone, e fa abbondantemente uso, in un'epoca che vede solo nella violenza delle armi lo strumento per regolare i rapporti fra gli esseri umani, è quella della ironia, quella del felice sarcasmo, che gli permette di smontare, con inesorabile lucidità, lo stupido autoritarismo del mondo militare.

Pacifista per natura, antimilitarista perché altro non potrebbe essere, furbescamente ingenuo di fronte all'autorità, intimamente e irriducibilmente anarchico nella sua perfetta incapacità di dare un senso agli ordini e ai comandi che gli vengono rivolti, pronto a dissacrare tutti gli aspetti della vita militare riconducendoli continuamente ad aneddoti e fatterelli senza capo né coda (così come è senza capo né coda l'organizzazione della macchina bellica), sempre disposto ad affogare nel piatto e nel bicchiere la drammaticità della situazione, Švejk riesce a rendere allegramente surreale una vicenda che di surreale ha solo la sua immane tragicità. Capovolgendone il senso, infatti, capovolge e restituisce, con gli interessi, tutta l'idiozia di quell'insensato conflitto, così come di ogni altro, passato, presente e futuro. E in questo modo l'intelligente ironia per cui vanno famosi i praghesi coglie un trionfo contro ogni velleità di addomesticamento forzato alle regole del potere e del buon senso comune.

Del resto in Švejk c'è soprattutto l'autoritratto di Hašek. Boemo, bohémien e maledetto, quanto può essere maledetto uno spirito libero e dissacrante che lotta per sottrarsi alle spire dell'imperial regio buon governo di Francesco Giuseppe, Hašek è una delle figure più interessanti e originali del panorama culturale mitteleuropeo d'inizio novecento. Contemporaneo di Kafka, scrittore originale e fecondo, direttore di numerose riviste letterarie e (per vivere) anche, inopinatamente, di riviste scientifiche (in una, Il mondo degli animali, creò un bestiario assolutamente inventato, firmando articoli col nome di suoi amici e suscitando un vespaio di polemiche), abbracciò, negli anni della più matura giovinezza, le idee di emancipazione sociale richiamantesi all'anarchismo, aderendo per parecchi anni al movimento anarchico ceco.

Dadaista, garzone di drogheria, vagabondo, impiegato di banca, negoziante di cani, candidato politico - trentotto voti il maggior successo per l'improbabile e canzonatorio Partito del progresso moderato nei limiti della legge da lui fondato col suo amico e disegnatore Josef Lada -, la sua vita fu un'epopea umoristica, un gioco di contraddizioni, una tela di stravaganze. Formidabile bevitore, appassionato frequentatore di tutte le più infime osterie e birrerie di Praga e della Boemia intera, la sua libertà di pensiero e la sua irrequietezza ne fecero un personaggio imprendibile e incontrollabile, una figura impossibile da classificare. Una volta chiamato alle armi diserta, consegnandosi ai russi e abbracciando il bolscevismo (a quanto lui stesso racconta, ma c'è da crederci?), e rientra in patria solo due anni dopo la fine della guerra, trascinandosi appresso un'altra moglie (una l'aveva sposata a Praga prima di essere richiamato) che spaccia come principessa di sangue reale. Sono questi, i primi anni venti, gli ultimi della sua vita felice e dissoluta, quelli che lo vedono, tra una sbornia e una partita a carte, il felicissimo creatore dell'universale figura del buon soldato Švejk.

Un consiglio? Da leggere, assolutamente! Ne pubblicò un'edizione Feltrinelli nel 1961, con la splendida traduzione di Renato Poggioli, chissà se si trova ancora su qualche bancarella dell'usato? Ed ecco un assaggio.

Un gatto intorno a un piatto di patate

Per il solito gli serviva la messa un soldato di fanteria, che aveva preferito passare al genio telegrafisti e che era stato mandato al fronte.
- Non fa nulla, signor cappellano, - disse Švejk, - io posso sostituirlo benissimo.
- Ma sapete servir messa?
- Non mi ci son mai provato, - rispose Švejk, - ma bisogna provarsi a fare di tutto. Siamo in guerra ed ora la gente fa delle cose che prima non gli sarebbero neppure passate per il capo. Sarò sempre capace di ribattere con un
et cum spirito tuo il vostro Dominus vobiscum. E poi quale difficoltà c'è a girare intorno a voi come un gatto intorno a un bel piatto fumante di patate? Oppure lavarvi le mani e versarvi il vino dal calice...
- Bene, - disse il cappellano, - basta che non mi versiate dell'acqua. È meglio che mi versiate un po' di vino anche dal secondo calice. Per il resto vi dirò tutto io, se dovrete girare a destra o a sinistra. Se farò adagio un sol fischio, vorrà dire a destra, se ne farò due, a sinistra. In quanto al messale non c'è bisogno che vi diate troppa pena. Tutto il resto è un giochetto. Avete paura?
- Io non ho paura di nulla, signor cappellano, neppure di servir messa.
Il cappellano aveva ragione a dichiarare che tutto il resto non era che un giochetto.
Tutto filò come per incanto. L'allocuzione del cappellano fu estremamente concisa.
- Soldati! Vi abbiamo radunati qui perché prima di partire per il fronte rivolgiate i vostri cuori a Dio, onde ci dia la vittoria e ci mantenga in salute. Io non voglio trattenervi troppo e vi faccio i miei migliori auguri.
- Riposo! - comandò il vecchio colonnello dal battaglione di sinistra.
La messa da campo si chiama cosi appunto perché è sottomessa alle leggi della strategia come una campagna di guerra. Durante le lunghe battaglie manovrate della guerra dei trent'anni, anche le messe da campo durarono in proporzione.
In accordo alla tattica moderna, che vuole rapidi e agili movimenti degli eserciti, anche le messe da campo devono avere un'agilità e una rapidità equivalente.
Questa durò dieci minuti esatti, e i soldati che eran vicini all'altare si stupirono grandemente a sentire che il cappellano fischiava durante la messa.
Švejk eseguiva rapidamente i segnali, volteggiando ora a destra ed ora a sinistra, senza dir altro che
et cum spirito tuo.
Tutto questo armeggio aveva l'aria d'una danza indiana intorno alla pietra del sacrificio, ma aveva questo di buono, che dissipava il tedio ispirato nell'anima dei soldati da quella triste e polverosa piazza d'armi, mal alberata, piena di latrine che sostituivano col loro sentore il mistico aroma d'incenso delle cattedrali gotiche.
Tutti quanti si divertivano come matti. Gli ufficiali che facevan cerchio intorno al colonnello si raccontavano delle storielle allegre. Tutto procedeva in ordine, e ogni tanto si sentiva qualcuno della truppa che diceva:
- Fammi tirare una boccata.
E come il fumo d'un rogo consacrato salivano su dalle bocche verso il cielo le nuvole azzurre delle sigarette. Tutti quanti i gradi si eran messi a fumare fin da quando avevan veduto che il signor colonnello aveva acceso un sigaro.
Quando echeggiò il comando: "Pregate!" il polverone turbinò e il pittoresco quadrato delle uniformi si genuflesse dinanzi alla coppa sportiva del sottotenente Witinger, vinta da lui nella corsa da Vienna a Moedling organizzata dal
Favorito dello Sport.
Il calice era ricolmo, e il giudizio generale provocato dalla manipolazione del cappellano fu espresso nella seguente frase, che corse subito nelle file: "Che garganella!" La manovra fu messa in esecuzione una seconda volta. Al che segui un altro comando di "Pregate!" mentre la musica attaccò insieme l'ouverture e il finale del
Dio proteggi la patria.

In testa: una delle illustrazioni di Lada per la 1° edizione del libro.

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Postato da MauroPiadi alle 21:08 di lunedì, 28 aprile 2008

honsell

Furio Honsell (Genova, 20 agosto 1958), informatico e rettore dell'Università di Udine.

Laureato in Matematica all'Università degli studi di Pisa nel 1980, ha conseguito il Diploma in matematica presso la Scuola normale superiore di Pisa nel 1983.

Ha ricoperto posti di ricerca e di ruolo presso il dipartimento di informatica dell'università di Torino, la Edinburgh University e l'università di Udine. I suoi interessi di ricerca sono molto ampi, in particolare si è occupato di lambda calcolo e di semantica dei linguaggi.

Nel 1990 è nominato professore ordinario di informatica presso l'università di Udine, dove ha diretto il centro di calcolo, il dipartimento di matematica e informatica ed è stato preside della facoltà di scienze matematiche fisiche e naturali. Magnifico rettore dell'università di Udine dal 21 giugno 2001, è stato ospite fisso della trasmissione televisiva Che tempo che fa condotta da Fabio Fazio. Ha pubblicato per Mondadori il libro L'algoritmo del parcheggio.

Il 28 Aprile 2008 viene eletto sindaco di Udine per il centrosinistra, sostenuto dalle liste del Pd, della Sa, dell'Idv, dei Cittadini per il sindaco e della sua lista civica "Innovare con Honsell".

Caro collega, le rinnovo i miei complimenti e i miei auguri per il nuovo lavoro!

No, non è che voglio glissare sul risultato dei ballottaggi a Roma, qui esprimo la mia gioia per il risultato di Honsell, nell'altro blog scrivo di Roma...

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Postato da MauroPiadi alle 23:28 di domenica, 27 aprile 2008

Pascarella

Cesare Pascarella (Roma, 28 aprile 1858 - Roma, 8 maggio 1940) è stato un poeta e pittore italiano.

Ragazzino, l'avevano messo a studiare in seminario, a Frascati: scappò via. A leggere la sua produzione poetica non pare che quella prima esperienza lo abbia conciliato con gli ambienti religiosi. Studiò poi all'Istituto di Belle arti, ma era molto più attratto dalla vita artistico-mondana della città che dagli studi accademici.

La nuova capitale ribolliva di novità, di idee, di progetti, di smanie: il ventenne Pascarella vi si tuffò e cominciò a frequentarne gli artisti mondani e innovatori, partecipando alle attività dei XXV della campagna romana (dove era noto per i suoi asinelli), nome di un gruppo di artisti nato nel 1904 con il proposito di rinnovare la tradizione pittorica nella raffigurazione "dal vero" dei luoghi nei dintorni di Roma e che proseguì la sua attività fino al 1930. Nel frattempo frequentava il Caffè Greco, stringendo rapporti con gli artisti più simili a lui per irrequietezza e bisogno di nuovo, collaborando con la Cronaca bizantina e successivamente con il Fanfulla della domenica, che pubblicano le sue prime cose.

La nota caratteristica della sua personalità è l'irrequietezza: dopo il viaggio in Sardegna del 1882 alla scoperta di un mondo considerato misterioso ed arcaico, continua a viaggiare moltissimo (India - pare che partendo avesse lasciato appeso alla porta dello studio un biglietto che diceva pressappoco così: “vado un momento in India e torno subito” -, Giappone, Stati Uniti, Cina, Argentina, Uruguay), annotando nei suoi Taccuini disegni e osservazioni acute e caustiche. Tuttavia l'uomo è profondamente legato alla sua città, scenario privilegiato di molte sue opere, e abitò per tutta la vita in Campo Marzio, tra via dei Portoghesi, via dei Pontefici all'Augusteo, via della Scrofa, via Laurina, via del Corso.

Pubblica, nel frattempo: Villa Gloria (Villa Glori), 25 sonetti sul tentativo dei Fratelli Cairoli di liberare Roma, nel 1893 il lavoro più noto, La scoperta de l'America (di cui dà letture pubbliche sempre più richieste), ma anche elzeviri, resoconti, collaborazioni. È anche un grande camminatore (e i resoconti di queste esperienze finiscono ugualmente nei taccuini e nella sue collaborazioni giornalistiche) e poi recita in teatro.

Già prima della grande guerra, tuttavia, attorno al 1911, l'insorgente sordità, una sua nativa inclinazione alla solitudine e probabilmente la crescente consapevolezza di essere ormai uomo di un'altra epoca, definitivamente tramontata, portano Pascarella a sottrarsi del tutto alla mondanità letteraria romana, nonostante le sollecitazioni di amici e ammiratori. Lavora a Storia nostra, poema che non accetterà mai di pubblicare neppure per saggi e resterà incompiuto, e di cui usciranno postumi 267 sonetti dei 350 previsti. Continua le sue lunghe passeggiate per la campagna romana. Studia l'inglese per poter leggere in originale Stevenson e Conrad. Si appassiona al volo. Non perde i contatti con gli amici, anche se gli scambi consistono ormai in foglietti sui quali il suo interlocutore scrive domande o osservazioni: il poeta risponde con ampiezza, se la domanda gli piace - o ripiega il foglietto stretto stretto e passa ad altro.

Nel 1930 è nominato accademico d'Italia, e nonostante la sordità e la misantropia crescente, partecipa con costanza alle riunioni alla Farnesina. Muore a Roma l'8 maggio 1940, in solitudine.

Insieme a G.G. Belli e Trilussa forma la "Sacra triade" delle poesia dialettale romanesca. Non faccio mistero di ispirarmi molto a lui, per le mie poèsie in vernacolo...

Pascarella trattò, con estremo gusto e un’acuta ironia, argomenti di vita popolare, soprattutto proponendo grandi imprese viste con gli occhi della gente e contribuì con un sorriso a far ragionare le persone più con il cuore che con il cervello; l’uso semplificato del dialetto rispetto a quello di Belli (da qui il successo anche nelle città del nord) lo pose all’attenzione dei letterati di quel periodo, tra cui Pirandello, Verdi e Carducci.

Per chi avesse voglia qui c'è l'intero poema La scoperta de l'America; ve lo raccomando (sono 50 sonetti), perché è spassosissimo! Questo è un assaggio (siamo al punto della storia in cui l’equipaggio di Colombo, sbarcato finalmente in America, entra in contatto con gli indigeni):

XXIX
- E quelli? - Quelli? Je successe questa:
Che mentre, lì, frammezzo ar villutello
Cusì arto, p'entrà’ ne la foresta
Rompeveno li rami cor cortello,

Veddero un fregno buffo, co' la testa
Dipinta come fosse un giocarello,
Vestito mezzo ignudo, co' 'na cresta
Tutta formata de penne d'ucello.

Se fermorno. Se fecero coraggio...
- A quell'omo! - je fecero, - chi sete? –
- Eh, - fece, - chi ho da esse? So' un servaggio.

E voi antri quaggiù chi ve ce manna? -
- Ah, - je dissero, - voi lo saperete
Quando vedremo er re che ve commanna. -

XXX
E quello, allora, je fece er piacere
De portalli dar re, ch'era un surtano,
Vestito tutto d'oro, co' 'n cimiere
De penne che pareva un musurmano.

E quelli allora, co' bone maniere,
Dice: - Sa? Noi venimo da lontano,
Per cui, - dice, - voressimo sapere
Si lei siete o nun siete americano. –

- Che dite? - fece lui, -  de dove semo?
Semo de qui, ma come so’ chiamati
'Sti posti, - fece, - noi nu' lo sapemo. -

Ma vedi si in che modo procedeveno!
Te basta a dì che lì c'ereno nati
Ne l'America, e manco lo sapeveno.

E questo invece è l'inizio di Storia nostra:

I
Quelli? Ma quelli, amico, ereno gente
Che prima de fa' un passo ce pensaveno.
Dunque, si er posto nun era eccellente,
Che te credi che ce la fabbricaveno?

A queli tempi lì nun c'era gnente;
Dunque, me capirai, la cominciaveno:
Qualunque posto j'era indiferente,
La poteveno fa' dovunque annaveno.

La poteveno fa' pure a Milano,
O in qualunqu'antro sito de lì intorno,
Magara più vicino o più lontano.

Poteveno; ma intanto la morale
Fu che Roma, si te la fabbricorno,
La fabbricorno qui. Ma è naturale.

II
Qui ci aveveno tutto: la pianura,
Li monti, la campagna, l'acqua, er vino...
Tutto! Volevi annà' in villeggiatura?
Ecchete Arbano, Tivoli, Marino.

Te piace er mare? Sòrti de le mura,
Co' du ‘zompi te trovi a Fiumicino.
Te piace de sfoggià' in architettura?
Ecco la puzzolana e er travertino.

Qui er fiume pe' potécce fa' li ponti,
Qui l'acqua pe' poté' fa' le fontane,
Qui Ripetta, Trastevere, li Monti...

Tutte località predestinate
A diventa' nell'epoche lontane
Tutto quello che poi so' diventate.

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Postato da MauroPiadi alle 00:01 di domenica, 27 aprile 2008

passione

Sospeso sull'orlo d'un dirupo
pensosa coltre mi ricopriva:
non più, temevo, amerò una donna,
mai più, ahimé, troverò chi m'ama.

Per caso, complice il mio sorriso,
m'avvenne a conoscer una fata;
dirò qui chi fu mia "galeotta";
un libro no, un bel film neppure:

in rete la conobbi, tra onde
di mare calmo, non procelloso.
Scintilla scoccò tra noi ratta,

non s'è assopita ancor la fiamma
che brucia e tra noi divampa,
Donna... felici siamo, nevvero?

[È un esperimento, questa poèsia; per rendere ancora una volta onore al Bardo, ho voluto adottare il metro scespiriano, il pentametro giambico - verso classico della poesia inglese, così come l'endecasillabo lo è di quella italiana - e scriverla in forma di sonetto, due quartine e due terzine.]

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Postato da MauroPiadi alle 00:27 di sabato, 26 aprile 2008

William Shakespeare (Stratford-upon-Avon, 26 aprile 1564 - Stratford-upon-Avon, 23 aprile 1616) è stato un drammaturgo e poeta inglese.

È considerato uno dei più importanti drammaturghi di sempre. Delle sue opere ci sono pervenuti 38 testi teatrali, 154 sonetti e una serie di altri poemi. Benché fosse già molto popolare in vita, divenne incredibilmente famoso dopo la sua morte e i suoi lavori furono esaltati e celebrati da numerosi e importanti personaggi dei secoli seguenti; è spesso considerato il poeta rappresentativo del popolo inglese, soprannominato il Bardo oppure il Cigno dell'Avon.

Studiosi ortodossi sostengono che scrisse la maggior parte dei suoi lavori tra il 1586 e il 1612, benché la cronologia esatta delle sue opere sia ancora al centro di numerosi dibattiti, così come la paternità di alcune di esse. È considerato uno dei pochi scrittori capaci di eccellere sia nelle tragedie che nelle commedie, oltre a essere uno dei pochi autori capaci di combinare il gusto popolare con la complessa caratterizzazione dei personaggi, la poetica e la profondità filosofica.

Le sue opere sono state tradotte nelle maggiori lingue e inscenate in tutto il mondo. Inoltre è lo scrittore maggiormente citato nella storia della letteratura inglese e molte delle sue espressioni linguistiche sono entrate nella lingua quotidiana inglese. Negli anni, molti studiosi si sono interessati alla vita di Shakespeare, portando alla luce questioni riguardo alla sua sessualità e religiosità.

Visse nel periodo in cui si realizzava il passaggio dalla società medievale al mondo moderno. Le notizie sulla sua vita sono poche e frammentarie; ciò ha provocato una notevole discussione sulla sua persona ed alcuni hanno messo addirittura in dubbio la sua stessa esistenza. Un William Shakespeare è citato tra gli attori della compagnia teatrale The Lord Chamberlain's Men; la gran parte degli storici concorda che l'attore e lo scrittore siano la stessa persona.

Esistono alcuni indizi che entrambi i rami della famiglia avessero simpatie per la Chiesa Cattolica Romana. Probabilmente frequentò la scuola locale. Non ricevette un'educazione molto estesa ma conosceva la logica, la grammatica, la retorica e soprattutto il latino. Non si può affermare con certezza che frequentò l'università. Quando la famiglia ebbe dei problemi economici, William non solo aiutò il padre nei suoi affari ma si fece assumere anche come assistant master nella scuola locale.

La maggior parte degli accademici ritiene che lo Shakespeare nato a Stratford on Avon sia l'autore materiale delle opere che gli furono attribuite. Tuttavia, a causa della scarsità di notizie sulla sua vita e la sua istruzione, sono stati avanzati diversi dubbi sulla vera identità di William Shakespeare. A partire dal XVIII secolo questi temi sono stati ampiamente e accanitamente dibattuti dagli studiosi. Persino i dipinti che appaiono con il nome "William Shakespeare" nella National Gallery di Londra potrebbero non rappresentarlo veramente.

In particolare come autori delle opere sono state avanzate le candidature di:

- Edward de Vere, 17° conte di Oxford, colto nobiluomo della corte elisabettiana che avrebbe potuto continuare la propria giovanile attività poetica sotto uno pseudonimo per motivi di decoro;
- Francis Bacon, celebre filosofo e scrittore, che avrebbe scritto le opere teatrali sotto uno pseudonimo;
- Christopher Marlowe, altro autore teatrale che non sarebbe morto nel 1593 come si ritiene, ma avrebbe svolto attività di spionaggio per la corona e avrebbe continuato la propria attività letteraria con un falso nome;
- un immigrato siciliano di nome Michelangelo Florio: questa ipotesi è stata avanzata recentemente da un professore liceale siciliano in pensione, Martino Iuvara. Linguista e nato a Messina nello stesso anno di Shakespeare, figlio di Giovanni Florio e Guglielma Crollalanza (dal cognome della madre avrebbe tradotto Shakespeare), Michelangelo Florio sarebbe stato costretto a fuggire presso un parente in Inghilterra a causa della sua fede calvinista. Questa tesi ha avuto un certo rilievo giornalistico (nell'aprile del 2000 anche The Times si è dedicato all'argomento), ma poco in campo accademico.

Sono stati fatti, tra gli altri, anche i nomi di William Stanley, conte di Derby, Ben Jonson, Thomas Middleton, sir Walter Raleigh, in collaborazione con Bacon, Mary Sidney contessa di Pembroke, e persino della stessa regina Elisabetta I.

Fatta eccezione per due poemetti giovanili (Venere e Adone e Lo stupro di Lucrezia), Shakespeare non si è mai curato di dare alle stampe le proprie opere; d’altra parte a quel tempo non vi era interesse a farlo: le opere teatrali erano di proprietà della compagnia e pubblicarle avrebbe significato mettere nelle mani di compagnie rivali i propri copioni. Le opere di Shakespeare oggi in nostro possesso si basano quindi su copie illegali (e spesso malandate) dell’epoca e soprattutto sulle edizioni in-folio pubblicate dopo la sua morte. La prima e più importante è quella stampata nel 1623 dai suoi amici John Heminge e Henry Condell (Mr. William Shakespeare’s Comedies, Histories & Tragedies). L’in-folio comprende trentasei opere teatrali suddivise per categoria: commedie, drammi storici, tragedie.

Nel 1609 l'editore Thomas Thorpe stampò, senza il consenso dell'autore, Sonnets, una raccolta di 154 sonetti. Scritti presumibilmente tra il 1593 e il 1595, essi sono di una validità artistica tale che da soli basterebbero per assicurare all'autore un posto rilevante nella storia della letteratura inglese e mondiale in genere. I sonetti, trasfigurando nel mezzo letterario gli stati d'animo dell'autore, rappresentano l'unica opera autobiografica di Shakespeare; d'altra parte, come sottolineato da diversi critici, l'intera raccolta è da considerarsi anche come libro filosofico, colmo di implicazioni meditative.

Sonetto 99

The forward violet thus did I chide:
Sweet thief, whence didst thou steal thy sweet that smells,
If not from my love's breath? The purple pride
Which on thy soft cheek for complexion dwells
In my love's veins thou hast too grossly dyed.
The lily I condemned for thy hand,
And buds of marjoram had stol'n thy hair:
The roses fearfully on thorns did stand,
One blushing shame, another white despair;
A third, nor red nor white, had stol'n of both
And to his robbery had annex'd thy breath;
But, for his theft, in pride of all his growth
A vengeful canker eat him up to death.
More flowers I noted, yet I none could see
But sweet or colour it had stol'n from thee.

Così ho rimproverato la violetta audace:
ladra soave, da dove hai sottratto quel dolce tuo profumo
se non dal respiro del mio amore? Il rosso orgoglio
che per il suo colore dimora sulla tua soffice gota
certamente l'hai preso dalle vene del mio amore.
Ho accusato il giglio di aver rubato la tua mano,
e i fiori di maggiorana, i tuoi capelli;
le rose timorose si ergevan sulle spine,
una rossa di vergogna, l'altra bianca di paura;
una terza, né rossa o bianca, entrambe aveva rubato
e al frutto della rapina aveva aggiunto il tuo respiro;
ma per quel furto, nel vigore della sua crescita,
vindice un verme la divorò a morte.
Altri fiori ho notato, ma non ne vidi uno
che non ti avesse rubato il colore o il profumo.

[la traduzione è mia, come al solito...]

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Postato da MauroPiadi alle 21:56 di giovedì, 24 aprile 2008

liberazione

Non vorrei scrivere sulla resistenza e sulla Liberazione io, che non le ho vissute in prima persona, ma soltanto attraverso il racconto dei miei genitori, dei miei nonni e dei loro amici e compagni. E neanche voglio attualizzare il discorso antifascista alla situazione politica odierna, perché credo e spero (anche se ogni tanto ne dubito) che certi sentimenti siano iscritti nella coscienza del popolo italiano. Mi affido perciò alle citazioni dei coloro che la Resistenza e la Liberazione l'hanno vissuta in prima persona.

"Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione."
(Piero Calamandrei)

"Non avevamo coraggio. La verità è che eravamo incoscienti."
(Vittore Branca)

"Adesso quando qualcuno, che evidentemente non ha vissuto la Resistenza, dice che non dovevamo fare azioni di guerra, perchè queste hanno portato ritorsioni, vendette, eccidi, la risposta che noi possiamo dare è che se non avessimo fatto niente, i tedeschi e i fascisti per quanto tempo ancora avrebbero occupato il paese? Come ci saremmo presentati davanti a quanti hanno combattuto il nazifascismo? Davanti alle nazioni vincitrici? Alcide De Gasperi si presentò alla Conferenza della Pace di Parigi, dicendo che non tutti gli italiani erano stati fascisti, e potè affermarlo perchè c'era stata la Resistenza che legittimava la sua difesa del nostro paese."
(Tina Anselmi)

"Dopo un raccolto ne viene un altro."
"Mi hanno sempre detto... tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta... la figura è bella e qualche volta piango... ma guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l'ideale nella testa dell'uomo."
(Alcide Cervi al funerale dei suoi sette figli, trucidati dai tedeschi)

"Una generazione di uomini ha distrutto la vostra giovinezza e la vostra Patria; vi ha gettato tra cumuli di rovine; voi dovete tra quelle rovine portare la luce di una fede, l'impeto dell'azione e ricomporre la giovinezza e la Patria. Traditi dalla frode, dalla violenza, dall'ignavia, dalla servilità criminosa, voi, insieme con la gioventù operaia e contadina, dovete rifare la storia dell'Italia e costituire il popolo italiano. (...) Studenti, mi allontano da voi con la speranza di ritornare a voi, maestro e compagno, dopo la fraternità di una lotta insieme combattuta. Per la fede che vi illumina, per lo sdegno che vi accende, non lasciate che l'oppressore disponga ancora della vostra vita, fate risorgere i vostri battaglioni, liberate l'Italia dalla ignominia, aggiungete al labaro della vostra Università la gloria di una nuova più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace nel mondo."
(Concetto Marchesi, Rettore dell'università di Padova, nel discorso per l'inaugurazione dell'anno accademico 1943-'44, di fronte a fascisti e tedeschi che avevano già occupato la città e la stessa Università; chi volesse leggere l'intero appello del prof. Marchesi lo può fare sul blog di Chicca)

"A ripensarci sessant’anni dopo, ci chiediamo come sia stata possibile quella guerra di liberazione. Non la Liberazione del 25 aprile 1945… ma la liberazione di ciascuno di noi dal  provincialismo, dal fascismo, dal perbenismo piccolo-borghese. [...] E invece, d'improvviso, in un giorno del settembre '43 [il giovane di allora] si trova totalmente libero, senza re, senza duce, libero e ribelle, con tutta la grande montagna come rifugio. Libero anche dal denaro e dalla famiglia. [...] Libertà e intransigenza. Noi giovani eravamo stati, nel fascismo morente, dei possibilisti, dei tira a campare, non più fascisti, cauti antifascisti, ma quell’8 settembre che ci ha fatto rinascere, ci ha dato un’identità nuova, estrema, irriducibile."
(Giorgio Bocca)

Gianna, figlia mia adorata,
è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te.
Sarò fucilato all'alba per un ideale, per una fede che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno.
Non piangere mai per la mia mancanza, come non ho mai pianto io: il tuo Babbo non morrà mai. Egli ti guarderà, ti proteggerà ugualmente: ti vorrà sempre tutto l'infinito bene che ti vuole ora e che ti ha sempre voluto fin da quando ti sentì vivere nelle viscere di tua Madre. So di non morire, anche perché la tua Mamma sarà per te anche il tuo Babbo: quel tuo Babbo al quale vuoi tanto bene, quel tuo Babbo che vuoi tutto tuo, solo per te e del quale sei tanto gelosa.       
Riversa su tua Madre tutto il bene che vuoi a lui: ella ti vorrà anche tutto il mio bene, ti curerà anche per me, ti coprirà dei miei baci e delle mie tenerezze. Sapessi quante cose vorrei dirti ma mentre scrivo il mio pensiero corre, galoppa nel tempo futuro che per te sarà, deve essere felice. Ma non importa che io ti dica tutto ora, te lo dirò sempre, di volta in volta, colla bocca di tua Madre nel cui cuore entrerà la mia anima intera, quando lascierà il mio cuore.
Tua Madre resti sempre per te al di sopra di tutto.
Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo Padre.
(Paolo Braccini, partigiano, condannato a morte da un tribunale della repubblica di Salò)


Letture consigliate
Giorgio Bassani - Il giardino dei Finzi Contini
Carla Capponi - Con cuore di donna
Italo Calvino - Il sentiero dei nidi di ragno
Carlo Cassola - La ragazza di Bube
Beppe Fenoglio - Il partigiano Johnny
Cesare Pavese - La casa in collina
Renata Viganò - L'Agnese va a morire
Alcide Cervi - I miei sette figli
Elio Vittorini - Uomini e no
Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana

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Postato da MauroPiadi alle 14:49 di mercoledì, 23 aprile 2008

In questi ultimi giorni ho avuto poco tempo per celebrare degnamente persone di cui ricorre la nascita; oltretutto stanno per arrivare altre ricorrenze (25 aprile, compleanno di Shakespeare, 1° maggio) e avrò ancor meno tempo, perciò cercherò di condensare in due post le notizie su molte di queste persone. Oggi tocca a Silvana Mangano, Jack Nicholson e Anthony Quinn.

mangano

Silvana Mangano (Roma, 23 aprile 1930 - Madrid, 16 dicembre 1989) è stata un'attrice italiana.

Agli inizi degli anni 40, Silvana Mangano seguì un corso di recitazione incontrandovi Marcello Mastroianni, il suo primo grande amore; la loro unione durò poco, dato che appena diciannovenne venne scelta da Giuseppe De Santis per il film neorealista Riso amaro dove incontrò Vittorio Gassman. Il film ottenne un successo straordinario e la Mangano, grazie anche alle sue doti fisiche, fu lanciata definitivamente nel mondo del cinema.

Dopo un periodo di aspra contesa con Sofia Loren, negli anni dal 1967 al 1974 la Mangano ebbe l'opportunità di mostrare il suo talento in modo definito, guidata da due maestri quali Pasolini e Visconti, che avevano compreso e intuito il suo modo di recitare. Fu una splendida Giocasta nel film Edipo Re e lavorò inoltre in Il capriccio all'italiana e Le streghe accanto a Totò. Interpretò una madre snaturata e ipocrita in Teorema. Dopo Decameron abbandonò Pasolini e recitò nella commedia Lo scopone scientifico, considerato da alcuni il capolavoro di Luigi Comencini. Visconti la volle in Morte a Venezia e in Ludwig, poi l'anno seguente nel cast di Gruppo di famiglia in un interno. Infine lavorò ancora con Marcello Mastroianni nel capolavoro di Nikita Michalkov Oci ciornie.

nicholson

John Joseph Nicholson (New York, 22 aprile 1937) è un attore, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense.

Jack Nicholson cresce sotto la cura della nonna Ethel May, dopo la disgregazione della sua famiglia dovuta all'abbandono del padre subito dopo la sua nascita. Fino all'età di 37 anni viene tenuto all'oscuro della reale situazione familiare: pensa che Ethel sia sua madre, mentre June, la madre naturale, che lo aveva avuto a soli 16 anni, sua sorella maggiore. Scopre la verità da un giornalista a caccia di uno scoop.

Il primo successo arriva nel 1969 con Easy Rider, un film-manifesto per quegli anni. La sua interpretazione di George Hanson, un avvocato alcolizzato in cerca di nuove emozioni, resa celebre da uno strampalato discorso sui Venusiani, ottiene una nomination all'Oscar come miglior attore non protagonista.

Con il film, la sua carriera subisce una brusca impennata e diviene uno degli attori più richiesti a Hollywood. Collabora con Stanley Kubrick, che lo sceglie per il ruolo di Jack Torrance, il folle protagonista di Shining; con Bob Rafelson (Cinque pezzi facili, Blood and Wine), Roman Polanski (Chinatown), Miloš Forman (Qualcuno volò sul nido del cuculo), John Huston (L'onore dei Prizzi), Tim Burton (Batman, in cui è uno straripante Joker e Mars Attacks!), ricevendo dieci nomination all'Oscar e vincendone tre: per Qualcuno volò sul nido del cuculo, in cui è un delinquente che per essersi finto pazzo viene realmente rinchiuso, per Voglia di tenerezza e per Qualcosa è cambiato.

quinn

Anthony Quinn, nome d'arte di Antonio Rudolfo Oaxaca Quinn (Chihuahua, 21 aprile 1915 - Boston, 3 giugno 2001) è stato un attore messicano naturalizzato statunitense.

Nato da padre irlandese e madre messicana, una combinazione che gli avrebbe in seguito permesso di interpretare ruoli di varie etnie, crebbe a Boyle Heights, nei pressi di Los Angeles; abbandonò presto la scuola (molto più avanti, negli anni novanta, ricevette il suo primo diploma dalla scuola superiore di Tucson, Arizona), e si diede alla boxe e alla pittura prima di intraprendere la carriera attoriale.

Cominciò la sua carriera di attore nel 1936 interpretando personaggi marginali in varie pellicole, dopo una breve esperienza in teatro; rimase relegato a ruoli "etnici" fino agli anni 40. Nel 1947, era ormai un veterano, con più di 50 film al suo attivo, avendo recitato come indiano, mafioso, hawaiiano, indipendentista filippino, guerrigliero cinese, sceicco arabo (ma in toni umoristici), e non era ancora diventato famoso...

Torna sullo schermo agli inizi degli anni 50, principalmente in film di serie B, ma riesce anche a recitare con Marlon Brando in Viva Zapata! di Elia Kazan: la sua interpretazione gli frutta il primo Oscar come miglior attore non protagonista e da quel momento in poi gli saranno assegnati ruoli ben più significativi. Partito per l'Italia nel 1953 recitò in molti film di Cinecittà, regalando una delle sue migliori interpretazioni nel ruolo del rozzo e forzuto Zampanò, in La strada di Federico Fellini, al fianco di Giulietta Masina. Tornato in patria, nel 1956 vince il suo secondo Oscar, sempre come attore non protagonista, interpretando Paul Gauguin in Brama di vivere di Vincente Minnelli; l'anno successivo riesce anche ad ottenere una candidatura per l'Oscar come miglior attore grazie al ruolo da protagonista in Selvaggio è il vento di George Cukor.

Negli anni 50, si specializzò in ruoli da "duro", talvolta "macho", ma alla fine della decade non nascose la sua età: fisico non più scolpito, capelli ingrigiti, e la sua voce prima calda e vigorosa divenne roca ma altrettanto affascinante. Il suo nuovo aspetto lo rese però credibile in ruoli come l'ex-colonnello e combattente per la libertà greca Andreas Stavrou in I cannoni di Navarone. Il successo di Zorba il greco fu il punto più alto della sua carriera durante gli anni 60 e gli fruttò un'altra nomination agli Oscar.

Sull finire della carriera la sua interpretazione perse però vigore, i successi diminuirono, apparve solo in alcune serie televisive e pochi film. Nel 1980 partecipò al film Il leone del deserto; il film parlava del capo beduino Omar Mukhtar che combatté le truppe di Mussolini nel deserto della Libia; il film, finanziato da Muammar Gheddafi, fu ai tempi censurato con decreto del Ministero dei beni culturali e la proiezione è tuttora vietata in Italia (!).

Nel 1983 rivisitò il suo personaggio più famoso recitando in una versione musical di Zorba, che a Broadway rimase in cartellone per 362 spettacoli.

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Postato da MauroPiadi alle 11:57 di martedì, 22 aprile 2008

Ritalevimontalcini

Rita Levi Montalcini (Torino, 22 aprile 1909) è una scienziata italiana.

È stata insignita del Nobel per la medicina nel 1986 e nominata senatrice a vita nel 2001, è socia nazionale dell'Accademia dei Lincei per la classe delle Scienze fisiche.

Dopo aver studiato medicina all'università di Torino, iniziò gli studi sul sistema nervoso che avrebbe proseguito per tutta la sua vita, salvo alcune brevi interruzioni nel periodo della seconda guerra mondiale.

Nel 1938, in quanto ebrea sefardita, fu costretta dalle leggi razziali del regime fascista a emigrare in Belgio con il suo maestro Giuseppe Levi, dove continuò le sue ricerche in un laboratorio casalingo. Sino all’invasione tedesca del Belgio fu ospite dell’istituto di neurologia dell’Università di Bruxelles. Nella primavera del 1940 tornò a Torino e allestì un laboratorio di fortuna in una collina vicino Asti, dove con Levi iniziò a fare ricerca sullo sviluppo del sistema nervoso negli embrioni di pollo.

I suoi primi studi sono dedicati ai meccanismi di formazione del sistema nervoso dei vertebrati. Nel 1951-1952 scoprì il fattore di crescita nervoso noto come NGF (Nerve Growth Factor), che gioca un ruolo essenziale nella crescita e differenziazione delle cellule nervose sensoriali e simpatiche. Per circa trent'anni proseguì le ricerche su questa molecola proteica e sul suo meccanismo d'azione, per le quali nel 1986 è stata insignita del Nobel per la medicina insieme al biochimico statunitense Stanley Cohen. Nella motivazione del premio si legge: "La scoperta del NGF all'inizio degli anni cinquanta è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e tessuti dell'organismo."

Dal 1961 al 1969 ha diretto il Centro di ricerche di neurobiologia del CNR in collaborazione con l'Istituto di biologia della Washington University, e dal 1969 al 1979 il Laboratorio di biologia cellulare. Dopo essersi ritirata da questo incarico per raggiunti limiti d'età continua le sue ricerche come ricercatore e guest professor dal 1979 al 1989, e dal 1989 al 1995 lavora presso l'Istituto di neurobiologia del CNR con la qualifica di superesperto. Le sue indagini si concentrano sullo spettro di azione del NGF, utilizzando tecniche sempre più sofisticate. Studi recenti hanno infatti dimostrato che esso ha un'attività ben più ampia di quanto si pensasse: non si limita ai neuroni sensori e simpatici, ma si estende anche alle cellule del sistema nervoso centrale, del sistema immunitario ematopoietico e alle cellule coinvolte nelle funzioni neuroendocrine.

È da sempre molto attiva in campagne di interesse sociale, per esempio contro le mine anti-uomo o per la responsabilità degli scienziati nei confronti della società. Nel 1992 ha istituito, assieme alla sorella gemella Paola, la Fondazione Levi Montalcini, in memoria del padre, rivolta alla formazione e all'educazione dei giovani, nonché al conferimento di borse di studio a giovani studentesse africane a livello universitario, con l'obiettivo di creare una classe di giovani donne che svolgano un ruolo di leadership nella vita scientifica e sociale del loro paese.

Particolarmente sensibile ai temi della difesa dell'ambiente e dello sviluppo sostenibile, nel 1998 ha fondato la sezione italiana di Green Cross International, ong riconosciuta dalle Nazioni Unite e presieduta da Michail Gorbačëv, di cui è consigliere. Significativo l'impegno sulla prevenzione e sulle conseguenze ambientali e sociali delle guerre e dei conflitti legati allo sfruttamento delle risorse naturali, con particolare riferimento alla protezione e all'accesso alle risorse idriche.

Tra le numerose iniziative scientifiche, ha recentemente fondato un nuovo centro di ricerca sul cervello a Roma, l'EBRI (European Brain Research Institute), in collaborazione con la Fondazione S. Lucia e il CNR.

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Postato da MauroPiadi alle 15:40 di lunedì, 21 aprile 2008

lupa_romolo_remo01Nel 2760° anniversario della fondazione di Roma

Dumila e settecento e poi sessanta
(mica un paro) d'anni fa, e dico poco,
spuntarono du' tizzi da 'ste parti,
e se dissero: "Ce piaceno 'sti lochi!"

Dovete da sape' che 'sti due
non ereno davero tizzi qualunque:
ce dicheno le leggende antiche
fossero fiji de' 'n dio maggiore,

gnentepopodemenoché er grande Marte
che se ricconta je piacesse assai
'na vestale, fija de're, tale Rea Sirvia,
dar padre destinata alla verginità.

E mo', siccome che la regazza era vestale,
de certo nun poteva fa' ssape'
d'avecce fiji attaccati a' lo zinale,
raggion per cui li dovette abbandona'.

L'allasciò, sempre "se dice",
sulla riva de' 'n fiume lì vicino,
speranno che quarcuno de' bon core
li trovasse e l'allevasse co' tanta carità.

E 'sto quarcuno in effetti li trovò,
mo', che sia come se racconta
'na lupa, ovvero 'n animale,
o si oppuro fosse 'na meretrice

detta così pe' vvia de quello che faceva,
io nun ve lo saprei da' ppe' ccerto,
ma quello che so' propio arcisicuro
è che li regazzini li sapeva cresce...

E fu accussì, che dopo 'n ber po' d'anni,
dicenno grazie a la madre putativa,
decidettero d'annassene 'n po' a spasso
pe' vede' bbene 'ndo mette su bottega.

Capitorno ne' li pressi de du' colli;
a Remo je sfaciolò subbito l'Aventino,

er Palatino piaceva 'nvece a Romolo:
cominciò dda llì la tifoseria

che pur'ancora suddivide oggi
li biancazzuri da li giallorossi!
Come che sia la storia, 'sti du' ggemelli
cominciorno subbito a litiga'.

"E fàmola qui!" "E no, fàmola de qua!"
Era 'n brontola' continuo...
e quelli che je staveno d'entorno
(che s'ereno già stufati d'anna' remenghi)

j'emposero de risorve la quistione
tra loro due, 'n quattro e quattr'otto.
Fu accussì che allora ognuno de li dua
costruì sur propio colle 'n cerchio sacro,

co' 'r divieto assoluto pe' cchiunque
de travalicallo senza arcun permesso.
E dice la leggenda ch'a 'n certo punto
Remo se sia accorto che dopotutto

er Palatino era, sì, mejo de l'Aventino,
e che scavarcasse er zegno de' 'r fratello
senza prima chiedeje er permesso.
Nun l'avesse mai fatto! Romoletto

s'encazzò come 'na bestia, sortì er cortello
e lo piantò ne' la panza der gemello
giuranno sur sangue che sgorgava
che l'istessa fine avrebbe fatto ognuno

che se fosse azzardato a offenne Roma.
Già, perché er nome de quer posto
così je l'affibbiò, in onor proprio.
E so' passati certo 'n zacco d'anni

ma er nome è rimasto ne' la storia
come genitrice d'ogni civirtà
puro se, lo devo riconosce,
l'atto d'inizio... civile nun è stato;

ma quello ch'è successo da lì in poi
è tutta 'n'artra storia, ne converete!
Finisco 'sta storiella in pace e gloria
facenno l'auguri a Roma mia, tanti de core!

Note:

Dumila e settecento e poi sessanta gli anni passati dalla fondazione sono 2760, non 2761, come potrebbe sembrare facendo il calcolo, semplicemente perché l'anno 0 non è esistito... provare per credere!

lochi luoghi

lo zinale la veste (in romanesco lo zinale o parannanza è il grembiule)

mette su bottega impiantare un negozio, per esteso fondare una città...

Capitorno capitarono

je sfaciolò gli piacque

biancazzurri e giallorossi tifosi delle principali squadre romane

anna' remenghi andare raminghi

sortì tirò fuori

Nell'immagine, statua in bronzo della Lupa (o lupa...) che allatta i gemelli, conservata presso i Musei capitolini; inizialmente attribuita al periodo etrusco, si è in realtà dimostrata di fattura medievale.

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Postato da MauroPiadi alle 22:56 di domenica, 20 aprile 2008

balcone

Atto II, scena II

ROMEO: Ride delle ferite, chi non ne ha mai sofferto... (Giulietta appare a una finestra in alto) Ma, calma! Che luce spunta da quella finestra in alto? Quello è l'oriente e Giulietta è il suo sole! Sorgi, o astro, e spengi la pallida luna, che giace pallida e addolorata, perché tu, sua ancella, sei molto più vaga di lei. Non esser più sua ancella, giacché essa ha invidia di te. La sua livrea di vestale è pallida e verde e non la indossano che i matti; gettala. È la mia signora; oh! È l'amor mio! Oh! Se sapesse di esserlo! Ella parla, eppur non dice nulla: comè possibile? È l'occhio suo che parla; e io a lui risponderò. Ma troppo ardito son io, lei non parla con me: due fra le più belle stelle di tutto il cielo, essendo occupate altrove, supplicano gli occhi suoi di voler brillare nel cielo, finché esse ritornino. E se gli occhi suoi, in questo momento, fossero lassù, e le stelle fossero sul viso di Giulietta? Lo splendore del suo viso farebbe impallidire di vergogna quelle due stelle, come la luce del giorno fa impallidire la fiamma di una lampada; e gli occhi suoi in cielo irradierebbero l'etere di un tale splendore che gli uccelli comincerebbero a cantare, credendo finita la notte. Guarda come appoggia la guancia su quella mano! Oh! s'io fossi un guanto sopra la sua mano, e poter toccare quella guancia!
GIULIETTA: Ohimé!
ROMEO: E parla. Oh, parla ancora, angelo sfolgorante! Poiché tu sei tanto luminosa in questa notte, mentre sei lassù sopra il mio capo, come potrebbe esserlo un alato messaggero del cielo agli occhi stupiti dei mortali, che nell'alzarsi non mostra che il bianco, mentre varca le pigre nubi e veleggia nel grembo dell'aria.
GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiutane il nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, e io non sarò più una Capuleti.
ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o risponderò a ciò che ha detto?
GIULIETTA: Il tuo nome è il solo mio nemico: tu sei sempre tu, anche senz'essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano, un piede, un braccio, la faccia, né un'altra qualunque parte del corpo d'un uomo. Oh, prendi un altro nome! Cosa c'è in un nome? Quella che chiamiamo rosa, anche con un altro nome avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinuncia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.
ROMEO: Io ti prendo in parola: chiamami soltanto amore, e prenderò quel nome; d'ora innanzi non sarò più Romeo.
GIULIETTA: Chi sei tu che, protetto così dalla notte, t'imbatti in questo modo nel mio segreto?
ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei.
GIULIETTA: L'orecchio mio non ha ancora udito cento parole di quella voce, e io già ne riconosco il suono. Non sei tu Romeo, e un Montecchi?
ROMEO: Né l'uno né l'altro, bella fanciulla, se l'uno e l'altro a te dispiacciono.
GIULIETTA: Come sei potuto venir qui, dimmi, e perché? I muri del giardino sono alti, e difficili a scalare; e per te, considerando chi sei, questo sarebbe un luogo di morte, se alcuno dei miei congiunti ti trovasse qui.
ROMEO: Con leggere ali d'amore ho superato questi muri, poiché non ci sono limiti di pietra che possan vietare il passo all'amore: e ciò che amor può fare, amor osa tentarlo; perciò i tuoi parenti per me non sono un ostacolo.
GIULIETTA: Se ti vedono, ti uccideranno.
ROMEO: Ahimé! C'è più pericolo nei tuoi occhi, che in venti delle loro spade: basta che tu mi guardi dolcemente, e sarò protetto contro la loro inimicizia.
GIULIETTA: Io non vorrei per tutto il mondo che ti vedessero qui.
ROMEO: Ho il manto della notte per nascondermi agli occhi loro; a meno che tu non mi ami, lascia che mi trovino qui: meglio che la mia vita sia terminata per odio loro, che la mia morte sia ritardata senza l'amor tuo.
GIULIETTA: Chi ha guidato i tuoi passi a scoprire questo luogo?
ROMEO: Amore, il quale mi ha spinto a cercarlo: egli mi ha prestato il suo consiglio, e io gli ho prestato gli occhi. Io non sono un timoniere, ma se tu fossi lontana da me, quanto la deserta spiaggia che è bagnata dal più lontano mare, per una merce preziosa come te mi avventurerei sopra una nave.
GIULIETTA: Tu sai che la maschera della notte mi cela il volto, altrimenti un rossore virginale colorirebbe le mie gote per ciò che mi hai sentito dire stanotte. Io vorrei ben volentieri serbare le convenienze; volentieri vorrei poter rinnegare quello che ho detto: ma oramai addio cerimonie! Mi ami tu? So già che dirai "sì", e io ti prenderò in parola; ma se tu giuri, tu puoi ingannarmi: agli spergiuri degli amanti dicono che Giove sorrida. O gentile Romeo, se mi ami dichiaralo lealmente; se poi credi che io mi sia lasciata vincere troppo presto, aggrotterò le ciglia e farò la cattiva, e dirò di no, così tu potrai supplicarmi; ma altrimenti non saprò dirti di no per tutto il mondo. È vero, bel Montecchi, io son troppo innamorata e perciò la mia condotta potrebbe sembrarti leggera. Ma credimi, gentil cavaliere, alla prova io sarò più sincera di quelle che conoscono più di me l'arte della modestia. Tuttavia sarei stata più riservata, lo devo riconoscere, se tu, prima che io me n'accorgessi, non avessi sorpreso l'ardente confessione del mio amore: perdonami dunque, e non imputare la mia facile resa alla leggerezza di quest'amore che l'oscurità della notte ti ha così svelato.
ROMEO: Fanciulla, su quella benedetta luna laggiù che inargenta le cime di tutti questi alberi, io giuro...
GIULIETTA: Oh, non giurare sulla luna, l'incostante luna che ogni mese cambia nella sua sfera, temo che anche l'amor tuo riesca incostante a quel modo.
ROMEO: Su cosa devo allor giurare?
GIULIETTA: Non giurare affatto; o se vuoi giurare, giura sulla tua cara persona, che è il dio idolatrato dal mio cuore, e io ti crederò.
ROMEO: Se il sacro amore del mio cuore...
GIULIETTA: Via, non giurare. Benché io riponga in te la mia gioia, nessuna gioia provo di questo contratto d'amore concluso stanotte: è troppo precipitato, troppo imprevisto, troppo improvviso, troppo somigliante al lampo che è finito prima che uno abbia il tempo di dire "lampeggia". Amor mio, buona notte! Questo bocciolo d'amore, aprendosi sotto il soffio dell'estate, quando un'altra volta ci rivedremo, forse sarà uno splendido fiore. Buona notte, buona notte! Una dolce pace e una dolce felicità scendano nel tuo cuore, come quelle che sono nel mio petto.
ROMEO: Oh! Mi lascerai dunque così poco soddisfatto?
GIULIETTA: Quale soddisfazione puoi avere questa notte?
ROMEO: Il cambio del tuo fedele voto di amore col mio.
GIULIETTA: Io ti diedi il mio, prima che tu lo chiedessi; e tuttavia vorrei non avertelo ancora dato.
ROMEO: Vorresti forse riprenderlo? Per qual ragione, amor mio?
GIULIETTA: Solo per essere generosa, e dartelo di nuovo. Eppure io non desidero se non ciò che possiedo; la mia generosità è sconfinata come il mare, e l'amor mio quanto il mare stesso è profondo: più ne concedo a te, più ne possiedo, poiché la mia generosità e l'amor mio sono entrambi infiniti. (La Nutrice chiama di dentro) Sento qualche rumore in casa; addio, caro amor mio! Subito, mia buona nutrire! Diletto Montecchi, sii fedele. Aspetta un solo istante, tornerò. (Esce)
ROMEO: O beata, beata notte! Stando così in mezzo al buio, io ho paura che tutto ciò non sia che un sogno, troppo deliziosamente lusinghiero per essere realtà.
(Giulietta torna alla finestra)
GIULIETTA: Due parole, caro Romeo, e buona notte davvero. Se l'intenzione dell'amore tuo è onesta e il tuo proposito è il matrimonio, mandami a dire, domani, per una persona che farò venir da te, dove e quando tu vuoi compiere la cerimonia e io deporrò ai tuoi piedi il mio destino e ti seguirò, come signore mio, per tutto il mondo.
NUTRICE (di dentro): Signora!
GIULIETTA: Vengo subito. Ma se le tue intenzioni non sono oneste, io ti scongiuro...
NUTRICE (di dentro): Signora!
GIULIETTA: Ora vengo! Cessa le tue proteste e lasciami al mio dolore: domani manderò.
ROMEO: Così l'anima mia sia salva...
GIULIETTA: Mille volte buona notte! (Si ritira dalla finestra)
ROMEO: Mille volte cattiva notte, invece, poiché mi manca la tua luce. Amore corre verso amore, con la gioia con cui gli scolari lasciano i loro libri, ma al contrario amore lascia amore con quella mestizia nel volto, con la quale gli scolari vanno alla scuola. (Si ritira lentamente)
(Riappare GIULIETTA alla finestra)
GIULIETTA: Pst! Romeo, pst! Oh, avessi io la voce di un falconiere, per richiamare a me questo gentile falco! La voce della schiavitù è fioca, e non può farsi sentire: altrimenti saprei squarciare la caverna ove si cela l'eco e far diventare l'aerea sua voce più fioca della mia, a forza di ripetere il nome del mio Romeo.
ROMEO (tornando indietro): È l'anima mia che pronunzia il mio nome; che dolce tintinnio d'argento ha nella notte la voce degli amanti! È come una musica dolcissima, per un orecchio che ascolta avidamente.
GIULIETTA: Romeo!
ROMEO: Cara!
GIULIETTA: A che ora, domani, devo mandare da te?
ROMEO: Alle nove.
GIULIETTA: Non mancherò; ci son vent'anni da qui ad allora. Non mi ricordo più perché ti ho richiamato.
ROMEO: Lasciami restar qui finché te ne ricordi.
GIULIETTA: Allora io non me ne ricorderò apposta, affinché tu resti qui ancora, rammentandomi solamente quanto mi è cara la tua compagnia.
ROMEO: E io resterò qui, affinché tu non te ne ricordi, dimenticando ogni altra mia abitazione fuori di questa.
GIULIETTA: È quasi giorno, io vorrei che tu fossi già partito, ma senza allontanarti più dell'uccellino che un monello lascia saltellare un po' fuori della sua mano, povero prigioniero avvinto nelle sue contorte catene, e subito per mezzo d'un filo di seta lo riconduce a sé con uno strattone, amante troppo geloso della sua libertà.
ROMEO: Io vorrei essere il tuo augellino.
GIULIETTA: Anch'io vorrei che tu lo fossi, o caro: ma avrei paura d'ucciderti per il troppo bene. Buona notte, buona notte! L'addio che ci separa è un dolore così dolce, che ti direi "buona notte" fino a domattina. (Si ritira)
ROMEO: Il sonno scenda sugli occhi tuoi, la pace nel tuo petto! Oh, foss'io il sonno e la pace per riposare così dolcemente! E ora andrò alla cella del mio padre spirituale per implorare il suo aiuto e a raccontargli la mia buona ventura.
(Esce)

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