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Siamo oggi invitati a casa di Bandolin, attrice "per hobby", come dice lei, ma assai dotata...
Domanda Come a tutti i miei amici dei quali non è immediatamente comprensibile il nick, anche a te tocca spiegare il tuo...
Risposta Dalla canzone Ana Bandolim del cantautore brasiliano Tico da Costa, che per descrivere la sua donna fa riferimento agli strumenti musicali. A ogni strumento corrisponde uno “stato umorale” della sua amata. È una canzone molto dolce, la intonavo come ninna nanna per far addormentare mio figlio quando era piccolo. Quando ho aperto il blog ho scritto il nick con una “n” finale al posto della “m” e così sono Bandolin.
D. Che fine hanno fatto Mimosa e Grimilde, i personaggi con cui ci allietavi nei primi post? Non torneranno più? E Raddrizza Banane?
R. Mimosa e Grimilde sono due facce della stessa medaglia, due personalità che hanno imparato a convivere e a collaborare per migliorare la vita di Bandolin. Non è un caso che siano sparite come entità separate. Mentre Raddrizza Banane è sempre in esercizio, ma con… moderazione...
D. Secondo me, da quando hai aperto il blog, quel "bicchiere mezzo pieno" si è riempito un bel po', non trovi?
R. Sì, trovo. Anzi ho trovato…
D. Che ruolo assegni alla recitazione nella tua vita, rispetto al lavoro, alla famiglia ecc.?
R. La recitazione è un hobby e resterà tale. Il mio lavoro nel mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento è e resterà dietro le quinte, altrimenti non mi divertirei così tanto a esibirmi come attrice e ballerina. Ti confido un segreto: sul giudizio finale della V elementare il mio maestro scrisse che avrei dovuto fare l’attrice.
D. Non mi costa alcuna fatica a crederci... Ancora un secolo e mezzo fa le parti femminili a teatro erano interpretate da uomini. Te lo immagini un uomo nella parte di Palmira?
R. Palmira è una zitella piacente, costretta per riconoscenza a fare la badante a una vecchia zia. Conosci uomini capaci di prendersi cura di un parente per così tanto tempo?
D. Come sta il Mitico Felice (per chi non lo sa, è il regista della compagnia teatrale nella quale operi)? State già pensando allo spettacolo della prossima stagione?
R. Mitico Felice sta bene e stiamo preparando il nuovo spettacolo. Ti do l’anteprima: probabilmente sarà un testo di Ghigo De Chiara e ci sarà da divertirsi anche questa volta.
D. Ah, speravo proprio in qualcosa di Guy de Maupassant, come avevi accennato... Ma comunque, se G. (tuo figlio) decidesse di lasciare gli studi per fare l'attore a tempo pieno, quale sarebbe la tua reazione?
R. Se fosse questo il suo desiderio lo incoraggerei. Desidero che mio figlio sia felice.
D. In che misura l'amore (se vuoi, il sesso...) e la tolleranza possono o debbono andare di pari passo in un rapporto a due?
R. Credo che in un rapporto d’amore consolidato ci possano essere dei periodi di calo del desiderio, è fisiologico. La tolleranza invece non deve mancare mai. Se manca quella tanto vale fare le valigie. Ma non bisogna abusare della tolleranza altrui. Io ho lasciato un uomo dalla sera alla mattina senza dare spiegazioni, perché aveva reiteratamente abusato della mia pazienza.
D. Qual è la città italiana che ti piace di più, e perché? (E non mi rispondere Roma!)
R. Bologna per affetto, perché è lì che ho fatto l’Università e perché amo visceralmente gli emiliani. Se rinasco mi sposo un emiliano. In generale mi piacciono le città di media grandezza, quelle dove si può camminare in santa pace. Per esempio Catania, Ferrara, Bolzano, Lecce.
D. E quella non italiana?
R. Praga perché è magica veramente. Ma vivrei a Madrid o Barcellona.
D. A proposito di Praga... ti ricordi che all'inizio della nostra conoscenza avevi detto che avevi delle foto di Praga? Ancora sto aspettando di vederle... Qual è il tuo sogno nel cassetto?
R. Oddio, devo mettere un po’ d’ordine sennò mica lo ritrovo…
D. Qual'è la cosa che hai fatto, ma che vorresti non aver mai fatto?
R. Ho rubato centomila lire, è la prima volta che lo dico.
D. E quella che non hai fatto, ma che vorresti tanto aver fatto?
R. Viaggiare per tre mesi interi senza meta.
D. E il solito quesito conclusivo: fatti una domanda e datti una risposta...
R. Hai più rimorsi o più rimpianti? Non ho tempo per pensare al passato. Devo godermi il presente e costruirmi il futuro.
Avevo ragione o no nell'intervistare Bandolin? Secondo me da queste parole si capisce perfettamente che tipo di donna è, e che attrice... E salutiamola in coro con un bel Ciaaaooooo... (Per coloro che non hanno visto Pensione Pomodoro, rimando qui al mio resoconto della rappresentazione)
Ricordo contemporaneamente a tutti gli intervistati che aspetto le loro domande rivolte a me; finora ne ho ricevute proprio pochine...
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Tango!
Il tango è sentimento e ardore,
pensieri nascosti e gesti palesi;
è esprimibili intenzioni represse,
perdersi e trovarsi
nel controllo di sé.
Il tango è rosso come l'amore
è blu come la mestizia
verde come la pampa
ma azzurro come l'infinito.
È morte e nascita insieme
perché il tango è vita:
è la mia vita che dono al tango
e che il tango mi regala.
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Tocca oggi alla nostra amica Targhina, una delle persone più spiritose che popolano questo vasto mare di Splinder...
Domanda Noi ci conosciamo dalla SplinderNight, e ricordo che, nel post che dedicasti a quella manifestazione, desti di me una definizione che mi lasciò un po' interdetto: "Il sor Piadina, simpatico signore dall'aria buffa e accattivante..." Sei ancora di quel parere?
Risposta Certo! A me sembra un'autentica dichiarazione d'amore e di stima! Aggiungerei “irresistibile” vista la mole notevole di fìmmine che commenta i tuoi post, da nord a sud, isole comprese
!
D. Ho letto che hai ceduto anche tu alla mania odierna dei tatuaggi. Perché te lo sei fatto e che succederà se in futuro cambierai idea? Non credi che sia una decisione troppo drastica dalla quale non si torna indietro?
R. È lunga da spiegare... Diciamo semplicemente che mi ritengo una persona “in bilico” tra equilibrio ed eccesso. Ho scelto con cura cosa tatuarmi, dove e perché, per questo ci ho messo anni a decidermi! Adoro i tatuaggi, li trovo una splendida forma d'arte, purchè fatti non per mero segno di protesta o pura estetica! Quando una decisione la prendo con coscienza e valutazione difficilmente cambio idea o me ne pento! Sono anzi felice di immaginare il mio pesciolino tattoo trasformarsi in una simpatica e rugosa balena in vecchiaia!!!
D. Scorrendo il tuo blog ho notato che una gran parte dei tuoi pezzi sono dedicati ai centri commerciali, o ambientati in essi. Ci spieghi la ragione di questa frequenza?
R. Mah, un po' per comodità: perché sono vicino casa mia, un po' per necessità: perché quando stacco dal lavoro i negozi "normali" sono già tutti chiusi, un po' per curiosità: perché i centri commerciali sono un po' i Luna Park degli adulti (e non solo), dei veri e propri non-luoghi delle non-esperienze dove inebriarsi di luci, colori, vetrine e dove osservare la più svariata umanità: come si veste, cosa compra, come cammina…. e su questo microcosmo ho scritto numerosi racconti umoristici.
D. Qual'è la prima cosa che osservi in un uomo e perché?
R. Difficile a dirsi, sono un insieme di cose: il profumo, la bocca, le mani e l'ironia, non necessariamente in quest'ordine! Detesto gli uomini snob, quelli gelosi e benpensanti e quelli che non sanno ridere.
D. Tra il George Clooney di ER, il Richard Gere di Pretty Woman e il Brad Pitt di Fight Club, chi ti piace di più in termini estetici e perché?
R. Scarto subito il primo perché non mi è mai piaciuto, Richard Gere in Pretty Woman è il personaggio cinematografico maschile che più amo, ma per fascino e intensità di sguardo (nonostante io preferisca i mori) scelgo Brad Pitt degli ultimi tempi: più maturo e più interessante.
D. E, andando più indietro nel tempo, il più bravo attore tra Sean Connery, Marcello Mastroianni e Jean Gabin?
R. Beh, tra questi, decisamente Mastroianni! È l'unico di cui posso apprezzare appieno l'interpretazione, poiché ne posso ascoltare la voce originale, senza doppiaggio. Sean Connery somiglia troppo al mio professore del liceo e Gabin appartiene a una tradizione cinematografica che non ho mai amato molto, quella francese.
D. Quand'è che mi farai recitare una delle mie poesie in romanesco durante una delle tue serate letterarie?
R. Quando vuoi! Anzi cominciamo subito! Completa sto sonetto, tiè:
So' finiti li tempi belli
quanno a Roma c'erano i cavalli
che tiravano 'a carozzella
facenno visita' la Roma bella.
Er vetturino come 'n anfitrione
spiegava tutto fin dai tempi de Nerone
facenno rivive ar forestiero
li tempi der romano impero…
D. Mi sfidi, eh
? Va bene, allora:
...Ma soprattutto er vetturino,
quanno montava 'na coppietta,
faceva 'n giro assai piccino
perché sapeva che la loro fretta
nun era pe' vede' de Roma le bellezze
ma pe' fasse sortanto 'n po' de carezze,
e allora je tirava giù er tendino
e ar cavallo je diceva: "Va' pianino!"
Ma torniamo all'intervista; qual è la città italiana che ti piace di più, e perché? (Esclusa Roma, naturalmente!)
R. Direi Lucca, perché da romana innamorata de Roma non sono mai riuscita a trovare le altre città italiane più belle della mia, pertanto non posso che far riferimento a cittadine piccole dove regna la quiete, dove non c'è traffico né smog, dove il verde sconfinato sta accanto a opere d'arte bellissime e dove la qualità della vita è ottima! Lucca mi ha colpito moltissimo per tutte queste cose e sebbene la Toscana mi piaccia tutta è a Lucca che vivrei, in un'altra vita!
D. E quella non italiana?
R. Senz'ombra di dubbio Londra! Ho girato parecchio l'Europa, ma nessuna città mi ha colpito come Londra. Adoro il suo essere “avanti” su tutto, adoro la sua letteratura, la sua storia e la sua attenzione per le tradizioni antichissime e per l'innovazione, la sua popolazione multietnica e la grande passione per il teatro! Una città in cui ogni quartiere ed ogni strada possiede il suo teatro per me è un grande esempio di civiltà!
D. Qual è il tuo sogno nel cassetto?
R. Realizzare tutti i progetti relativi alla mia creatività e vivere di un lavoro che mi permetta di non abbandonarla mai.
D. Qual'è la cosa che hai fatto, ma che vorresti non aver mai fatto?
R. Perdere troppe occasioni in un'età in cui avrei dovuto invece afferrarle con braccia e gambe!
D. E quella che non hai fatto, ma che vorresti tanto aver fatto?
R. Vivere per un po' a Londra.
D. E il solito quesito conclusivo: fatti una domanda e datti una risposta...
R. Se ne avessi la possibilità in cosa vorresti reincarnarti? In un delfino: libero seppur in gruppo, immerso nelle acque dei mari seppur mammifero, agile e atletico per natura senza andare in palestra! Ma come delfino io al brufoloso pischello delle caramelle Dufur gli sputerei in un occhio, "delfino curioso a soreta"!
E anche questa è fatta! Ringrazio di vero cuore Targhina, anche per avermi dato il destro di scrivere qualche verso in romanesco, attività che ambedue amiamo particolarmente, e a tutti un cordiale "arrivederci" su queste colonne!
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La feluca ridiscende lentamente il corso del Nilo, stavolta favorita dalla corrente, tant'è che gli unici a governare sono i due timonieri, mentre i rematori nubiani stanno tranquillamente seduti o sdraiati sul fondo della barca, intonando in coro le nenie caratteristiche della loro terra. Mentre il sole, suo fedele compagno e mentore delle ultime ore, scompare dietro l'orizzonte alla sua sinistra e una pallida falce di luna appare alla sua destra, Talete rimugina sugli avvenimenti appena passati, pensando a come poter sfruttare il procedimento appena messo a punto, una volta tornato in patria. E con un sorriso appena accennato sulle labbra si addormenta, cullato dalle increspature e ninnato dal mormorio del fiume sacro.
Il mattino successivo la feluca approda nel porto fluviale di Sais; Talete, appena sbarcato, si affretta a far visita all'agrimensore Senenmut; lo trova nel suo laboratorio, circondato dai collaboratori mentre insieme controllano lo stato di salute delle mappe catastali, tanto importanti per l'economia egiziana.
- Caro amico, sono tornato portandoti in dono una stupenda notizia.
- Dimmi pure, saggio Talete!
- Ora sappiamo la dimensione in altezza della piramide del faraone! Esattamente 528 cubiti e 6 dita.
Naturalmente Senenmut gli chiede spiegazioni su come abbia fatto a ottenere quella misura e Talete, quasi minimizzando, glielo spiega per filo e per segno. L'agrimensore ascolta attentamente il racconto del greco, poi fa:
- E pensare che questa proprietà di cui parli noi la conosciamo, tant'è che la usiamo per realizzare le nostre mappe catastali; ma a nessuno di noi è mai venuto in mente di usarla per uno scopo diverso! Ti siamo debitori, Talete; vedrai che quando riferirò questa tua scoperta al faraone ti ricoprirà d'oro!
- Non voglio oro, caro amico; mi basta tornarmene nella mia Mileto portando quanto più papiro sarà possibile. Sai, ne ho un disperato bisogno; i rotoli che mi arrivarono l'ultima volta sono ormai da tempo terminati e per vergare i miei pensieri e i miei calcoli mi sono ridotto a utilizzare di nuovo le pessime tavolette di argilla disseccata.
E fu così che il faraone organizzò per Talete un trasporto straordinario di papiro: ben dieci feluche navigarono verso Alessandria, con i bordi rasenti la superficie del fiume, tanto erano cariche di quei rotoli così preziosi! Talete dovette affittare molte navi per tornare a Mileto con tutto il carico, ma per il resto della sua vita non ebbe più bisogno di altro papiro, anzi divenne agiato, rivendendo quello che non gli serviva!
Note conclusive
Le uniche date possibili affinché alla latitudine di Giza (circa 30°N) il sole a mezzogiorno avesse un'inclinazione di 45° (necessaria perché l'ombra di un oggetto abbia una lunghezza pari all'altezza dell'oggetto stesso) sono il 21 novembre e il 20 gennaio; il mio posizionamento del viaggio di Talete in estate è stato quindi una licenza poetica, perché mi piaceva l'idea che navigasse il Nilo in periodo di piena... (È vero anche che, utilizzando un ragionamento più generale, avrebbe potuto effettuare il calcolo in qualsiasi data; ma poi il racconto sarebbe divenuto troppo pesante!)
Così come licenza poetica è l'aver descritto come ho fatto il porto di Alessandria; la città venne costruita da Alessandro Magno nel IV secolo p.e.v., dunque oltre un secolo dopo il supposto viaggio di Talete; a quell'epoca la città non esisteva e il porto, probabilmente, era poco più che un approdo naturale.
La proprietà di similitudine dei triangoli sfruttata da Talete per calcolare l'altezza della piramide di Cheope era certamente conosciuta dagli egizi, dato che questi la dovevano necessariamente sfruttare per disegnare le mappe necessarie a ricostruire i confini dei terreni allagati dal Nilo; anzi, alcuni studiosi ritengono addirittura che essa fosse già nota ai Caldei intorno al X secolo p.e.v. Sembra poi che Talete abbia sfruttato la stessa proprietà per calcolare la distanza di una nave dalla costa. (Ma di questa cosa, chissà, magari vi parlerà Archimede in un suo prossimo post...
)
La parola italiana "carta" deriva dal greco χάρτης (khartes), che indicava la carta prodotta, partire dall'VIII secolo e.v. con i cascami della lavorazione del lino e del cotone; ma dalla parola "papiro" derivano i termini per definire il supporto di scrittura in moltissime altre lingue europee: francese (papier), inglese (paper), tedesco (papier), spagnolo e portoghese (papel), ceco (papír) ecc.
Concludo riportando un'epigramma di Diogene Laerzio sulla morte di Talete avvenuta, si narra, mentre stava assistendo alle gare dei 58ͥ Giochi olimpici:
"Assistendo un tempo a una gara ginnica, Zeus Elio,
il sapiente Talete strappasti dallo stadio.
È bene che tu l'abbia accolto: ormai vecchio,
dalla terra non vedeva più le stelle."
E lo stesso Diogene narra che sulla sua tomba vi fosse scritto:
"Piccola tomba, ma di gloria grande come il cielo,
questa di Talete il sapientissimo."
(Fine - Le puntate precedenti sono state pubblicate il 21 maggio e il 23 maggio)
[Liberamente elaborato a partire da Raccolta delle vite e delle dottrine dei filosofi di Diogene Laerzio, Storie di Erodoto di Alicarnasso, Il teorema del pappagallo di Denis Guedj]
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Egregio Sir Biss, prima di tutto desidero chiederLe scusa se, pur essendo Ella un nobile, mi troverò costretto a darLe del tu, ma come Ella ben sa, siamo in democrazia e dunque...
Domanda Caro amico, sono di significato palese sia il nick che l'avatar che hai scelto (per chi non li conoscesse: il serpe - rigorosamente maschile, a quanto ricordo - del Robin Hood disneyano); potresti dirci però quali sono i motivi per i quali li hai scelti?
Risposta In effetti il personaggio si chiama Sir Biss ed è un rettile dalla lingua lunga ma non velenoso (chiaro?), mentre l’avatar lo è, perché è una vipera; il nome del blog (sottolanevepane), invece, deriva dalla pazienza unita alla speranza che deve accompagnare i processi di crescita e maturazione (cultura contadina). Insomma, torno alle origini: un contadino toscano con la lingua tagliente.
D. Mi pare che a tutti i bloggers venga l'uzzolo, una volta aperto un blog, di aprirne prima o poi anche un altro di taglio più o meno diverso; per te è stata una decisione pressoché spontanea o lo hai fatto dopo lungo arrovellarti?
R. Ho aperto prima il profilo di Flavio, semplicemente per poter commentare sui blog degli altri, senza risultare anonimo; poi questo blog e, infine, l’altro - mesocompratostachitara (tipicamente d’ispirazione romana) -: in fondo sono nato a Roma. Un'esperienza bellissima.
D. Tra i tre massimi poeti romani, Belli, Trilussa e Pascarella, chi preferisci e perché?
R. Non preferisco: mi piacciono “ambetrè”! Ma Trilussa è il più moderno, il più vicino nel tempo.
D. Ho letto sul tuo blog che sei passato dalla cinefilia alla felinofilia. Posso chiederti come mai?
R. Nonno (materno) era un cacciatore e io mi sono trovato fin da bambino ad aver rapporti affettuosi (slap!) con i cani. Poi ho perso il mio amico maltese, raccolto dalla strada: fui costretto a portarlo all’iniezione fatale per evitargli ulteriori sofferenze (un cancro alla testa); ho attraversato Roma con i mezzi, ho trovato il centro veterinario in sciopero; sono tornato il giorno dopo (nessuno a casa mi ha accompagnato in macchina!) e mi è morto in braccio. Avevo sedici anni e mi sono detto: "mai più un altro". Molti anni dopo mia moglie è riuscita ad introdurre in casa prima un criceto (Chicchi, detto Richichì) e poi Sissi, la mia principessa siamese e io… me ne sono innamorato.
D. Non so tu, ma io non credo nella metempsicosi... Ma comunque, se dovessi rinascere aninale, in quale vorresti reincarnarti?
R. Lombrico di letame! Così questo mare di m***a lo potrei considerare una festa pazzesca!
D. Una domanda secca: cosa nascondi sotto i baffi?
R. Di solito un sorriso sardonico, ma lo nascondo male, perché gli occhi mi tradiscono… e poi i serpenti non hanno baffi!
D. Nella vita, a cosa dai più valore: alla famiglia, al lavoro o alla realizzazione personale?
R. Se non esiste l’io, non esiste il resto. La famiglia è una scelta di due "io", quindi viene subito dopo. Il lavoro? Ma ti ricordi com’è nato? Dalla cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden, dove tutto era gratis tranne la frutta, che costava "un’ira di dio": ma può essere buona una maledizione biblica?!
D. Supponi di dover conquistare una donna; che regalo le fai e perché?
R. Comprensione, attenzione e complicità: se li accetta siamo già in sintonia.
D. Qual è la città italiana che ti piace di più, e perché? (Non vale rispondere Roma, ovviamente!)
R. Eppure Roma è la risposta. Lei esclusa direi Firenze. Ma ho angoli miei in tante città, dato il molto viaggiare legato alla professione: Bari vecchia, la Vucciria a Palermo, Catania, specie la zona del porto, Alghero, Nervi e Bogliasco a Genova, Brera e la cerchia dei Navigli a Milano, il centro e la collina di Torino, Mantova, Padova, Verona, Pistoia e potrei continuare ancora.
D. Vabbe', hai disegnato la cartina dell'Italia...
E quella non italiana?
R. Due soltanto: San Francisco e Londra. Ho passato qualche settimana in ciascuna delle due.
D. Qual è il tuo sogno nel cassetto?
R. Ma quale cassetto, sono anni che lo strombazzo ai quattro venti: aprire un ristorante. Ormai lo sanno pure i sassi…
D. Qual'è la cosa che hai fatto, ma che vorresti non aver mai fatto?
R. Non ho rimorsi, almeno percepibili o che io ricordi.
D. E quella che non hai fatto, ma che vorresti tanto aver fatto?
R. Non ho neppure rimpianti: certo, la vita è un treno che passa una sola volta, ma tanto finisce comunque nello stesso binario morto. Hai presente "’A livella"?
D. E il solito quesito conclusivo: fatti una domanda e datti una risposta...
R. Flavio, che ci trovi in Mauro? Un matematico, con tanta cultura quanta umanità. Peccato che bari con la foto dell’avatar…
Io? Barare con la foto dell'avatar? Ma quando mai... 
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Il sogno
In punta di piedi vengo da te,
sottovoce ti sussurro il mio amore,
anche un piccolo rumore
potrebbe farti volar via;
ti prego, non ti svegliare:
continua a sognare di me,
continua a sognare di noi.
E mentre sogni ricorda:
non aver paura di farti scaldare
dal mio amorevole abbraccio;
alcun male con me dovrai temere,
a paure, tradimenti e fallimenti
farò da argine, ti sanerò dalle malattie:
perché per me tu sei speciale,
non posso non aver cura di te.
[Si ringrazia Franco Battiato per l'idea. Nell'immagine: opera in terracotta di Arturo Martini, Il sogno, 1931]
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Eleonora d'Arborea (Molins de Rei, 1340 ca. - Oristano, 1404 ca.) fu una nobile governante sarda. La sua fama si fonda sull'essere stata l'ultima regnante indigena della Sardegna e per la sua Carta de Logu, da molti considerata la prima "carta costituzionale" dopo la Magna Charta inglese.
Il territorio governato da Eleonora comprendeva l’attuale provincia di Oristano e parti considerevoli di quelle confinanti (vedi figura in fondo). Il Giudicato era uno Stato sovrano, dato che ben presenti erano i tre elementi che caratterizzano uno Stato: il popolo, il territorio ed il vincolo giuridico che lega i singoli individui. Dal punto di vista amministrativo, il Giudicato era organizzato in distretti detti Curatorie ognuno dei quali era costituito da un certo numero di Ville (villaggi o parrocchie). Le Curatorie erano amministrate da un curatore direttamente dipendente dal sovrano e svolgeva, oltre l’attività amministrativa e di esazione dei tributi, anche quella di giudice ordinario del proprio distretto. A capo della Villa vi era un majore de villa, una specie di sindaco.
Eleonora d’Arborea, della quale Carlo Cattaneo scrisse che era "..la figura più splendida di donna che abbiano le storie italiane, non escluse quelle di Roma antica..", ha legato in modo indelebile il proprio nome alla storia sarda, oltre che per il tentativo di unificare la Sardegna in un unico regno, anche e soprattutto per l’opera di organizzazione giudiziaria e amministrativa del Giudicato, che ha la sua massima espressione nella promulgazione nel 1392 di un corpo di leggi scritte, la Carta de Logu (carta del territorio dello stato) che, per chiarezza, innovazione e adeguamento alle tradizioni, costituisce un esempio di legislazione che nella sua epoca ebbe pochissimi riscontri, tanto più pensando che, a quei tempi, la maggior parte dei rapporti giuridici erano basati su consuetudini risalenti ai Romani e ai Bizantini e pochissime, se non inesistenti, erano le leggi scritte.
La Carta de Logu era composta da 198 articoli che comprendevano un codice civile, un codice penale e un codice rurale che, disciplinando in modo chiaro e semplice i vari rapporti giuridici, l‘amministrazione della giustizia, l’uguaglianza di fronte alla legge, in poche parole la certezza del diritto, segnano una tappa fondamentale nel cammino, durato secoli, che ha portato al moderno Stato di diritto. Nella Carta si dice che tutti gli uomini liberi sono uguali davanti alla legge: una stessa sanzione colpiva chiunque l’avesse violata senza distinzione di classe sociale; fatto quasi rivoluzionario in un‘epoca nella quale i nobili e il clero la facevano da padroni. Alcuni istituti giuridici, poi, sorprendono per l'incredibile attualità: la posizione e tutela delle donne e dei minori, la difesa del territorio, l’usura ecc.
E tanto importante fu il Codice di Eleonora D'Arborea che esso rimase in vigore in tutta la Sardegna per più di 400 anni, fin dopo la conquista dell’isola da parte degli Aragonesi, e fino oltre un secolo dopo l’avvento dei Savoia: solo nel 1827 fu sostituito dal codice emanato da Carlo Felice.

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Il mattino successivo, Talete viene invitato a salire sulla feluca reale; ricavata in legno di acacia, è la più grande nave fluviale che abbia mai visto: lunga oltre cento cubiti, dieci rematori e due timonieri, tutti nubiani altissimi e muscolosi, che sembrano non fare alcuno sforzo, pur dovendo condurre la barca contro la forte corrente del Nilo ingrossato dalla piena.
Nel tardo pomeriggio la feluca arriva nella valle di Giza e Talete finalmente la scorge: al centro della piana, non molto lontano dalla riva, si innalza la piramide di Cheope. Talete non ha mai visto una costruzione cosi imponente. Sullo stesso altopiano, raggruppate come a comporre un mistico triangolo, si trovano altre due piramidi, quelle di Chefren e di Micerino; a confronto con l'altra, appaiono piccole, eppure sono altissime anch'esse. Per tutta la durata del viaggio, quelli che lo accompagnavano gli ripetevano che le dimensioni erano superiori a ogni immaginazione, e in effetti deve riconoscere che il monumento gli incute soggezione.
Il greco sbarca dalla feluca e avanza verso la costruzione; più si avvicina, più i suoi passi rallentano, come se la piramide, proprio in virtù della sua massa, ostacolasse in chissà che modo la sua avanzata. Infine si ferma e si siede, impotente ad avanzare ancora, sconfitto. Un fellah, di età indecifrabile e dal volto rugoso come una castagna disseccata, si accovaccia al suo fianco.
- Sai, straniero, quanti morti è costata la costruzione di questa piramide che tanto ammiri?
- Migliaia, senza dubbio.
- Di' pure decine di migliaia.
- Decine di migliaia!
- Di' pure centinaia di migliaia.
- Centinaia di migliaia!
Talete lo fissa, incredulo.
- Forse anche di più - aggiunge il fellah -. E perché tanti morti? Per scavare un canale o arrestare una piena? Per costruire una strada o innalzare un palazzo? O forse per erigere un tempio? Macché! Questa piramide è stata innalzata dal faraone con il solo e unico scopo d'indurre gli esseri umani ad ammettere la loro meschinità. La costruzione doveva eccedere ogni norma per sopraffarci meglio: più fosse risultata gigantesca, più infimi saremmo apparsi noi! Devi ammettere che il suo scopo è stato raggiunto: ti ho visto avvicinarti, e ho visto riflessa sul tuo volto la sconfitta. Il faraone e i suoi architetti hanno voluto costringerci ad ammettere che tra la piramide e noi non esiste nessun denominatore comune.
Talete ripete tra sé le ultime parole del fellah: "Nessun denominatore comune!"
Quel monumento volutamente smisurato rappresenta per lui la massima sfida. Da venti secoli, l'edificio, costruito dalla mano dell'uomo, sfugge alla misurazione dell'uomo stesso. Quale che fosse stato l'intento del faraone, è indiscutibile che finora è stato impossibile misurarne l'altezza. È la costruzione più visibile del mondo abitato, e contemporaneamente la sola che non si può misurare.
Il fellah parla per tutta la notte. Non sappiamo, ovviamente, cosa abbia raccontato a Talete, ma possiamo immaginare che gli abbia continuato a parlare di quella che poteva essere la vita di quelli come lui al tempo del faraone Cheope. Quando all'alba il sole inizia a protendere i sui raggi sopra l'orizzonte e a dissipare la nebbiolina che si alza dal fiume, Talete si alza. Osserva la propria ombra che si va allungando verso occidente e pensa che, per quanto un oggetto sia piccolo, esiste sempre una fonte d'illuminazione che lo fa apparire grande. Rimane a lungo immobile, con gli occhi fissi sulla sagoma che il suo corpo disegna sulla sabbia, e la vede accorciarsi, man mano che il sole s'alza nel cielo. "Se la mia mano non può effettuare la misurazione, lo farà il mio pensiero", si ripromette. Guarda a lungo la piramide: deve trovare un alleato all'altezza dell'avversario. Lentamente il suo sguardo si sposta dal proprio corpo alla sua ombra, dall'ombra di nuovo al corpo, e poi alla piramide e alla sua ombra.
Infine Talete alza gli occhi: il sole lancia raggi implacabili; eccolo il suo alleato! Che sia Helios dei greci o Ra degli egizi, il sole non fa differenza tra tutti gli esseri e gli oggetti di questo mondo: li tratta allo stesso modo. È quella che più tardi, in Grecia, verrà definita democrazia, in relazione ai rapporti tra gli uomini. Trattando allo stesso modo l'uomo minuscolo e la piramide gigantesca, il sole stabilisce la possibilità di una misura comune.
E Talete riflette su questa idea: "Il rapporto tra me e la mia ombra è uguale a quello tra la piramide e la sua. Dunque nell'attimo in cui la mia ombra sarà uguale alla mia statura, l'ombra della piramide sarà uguale alla sua altezza..." Eccola, l'idea tanto cercata! Tuttavia deve ancora metterla in atto; quell'operazione non può effettuarla da solo, occorre essere in due. Ma ha accanto qualcuno e gli propone la collaborazione: il fellah accetta di aiutarlo.
Forse tutto questo non è avvenuto realmente. Ma come si fa a saperlo?
Al mattino dell'indomani, il fellah si siede all'ombra immensa della piramide, mentre Talete, in pieno sole, traccia sulla sabbia, per mezzo di un piolo e di una corda, un cerchio col raggio uguale alla propria altezza, si pone al centro di esso e si tiene ben diritto; poi concentra lo sguardo sull'estremità della sua ombra. Quando questa sfiora la circonferenza, vale a dire quando la lunghezza dell'ombra è uguale alla sua statura, lancia il grido stabilito come segnale. Il fellah corre a piantare un piolo nel punto in cui arriva l'estremità dell'ombra della piramide, e Talete corre verso il piolo. Insieme, senza scambiarsi una parola, con l'aiuto della corda ben tesa, misurano la distanza che separa il piolo dalla base della piramide. Una volta calcolata la lunghezza dell'ombra, conoscono l'altezza della piramide!
Sotto i loro passi, la sabbia si alza: comincia a soffiare il vento del sud. Il cittadino della Ionia e il fellah egizio si dirigono verso la riva, dove è alla fonda la feluca reale. La cima della piramide scompare ai loro occhi ormai stanchi. Talete salta a bordo, e mentre il fellah, rimasto sulla riva, sorride, la feluca si allontana.
Talete è fiero di sé. Con l'aiuto del'egiziano, ha elaborato e messo in atto un procedimento che ha raggiunto lo scopo che si era prefissato. La verticale mi è inaccessibile? Allora la raggiungerò grazie all'orizzontale. Non posso misurare l'altezza perche si perde nel cielo? Allora misurerò la sua ombra schiacciata al suolo. Misurare il grande per mezzo del piccolo; misurare l'inaccessibile grazie all'accesssibile; misurare il lontano grazie al vicino.
La matematica è uno stratagemma della mente per arrivare là dove altrimenti non sarebbe possibile...
(continua)
[Liberamente elaborato a partire da Raccolta delle vite e delle dottrine dei filosofi di Diogene Laerzio, Storie di Erodoto di Alicarnasso, Il teorema del pappagallo di Denis Guedj]
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Shahnourh Varinag Aznavourian, in arte Charles Aznavour (Parigi, 22 maggio 1924) è un cantante e attore cinematografico francese di origine armena.
Non stiamo parlando di un uomo qualsiasi; quando si parla di Charles Aznavour si parla di un artista a tutto tondo immerso in quelle che sono le molteplici realtà dello spettacolo: dalla musica al canto, dal cinema al teatro.
Figlio di un cuoco armeno, dopo l'Accademia d'arte drammatica, debutta a teatro come attore di prosa. Contemporaneamente però, cresce in lui la passione per la canzone melodica e già nel dopoguerra comincia a farsi riconoscere come cantautore di canzoni soavi e armoniose. Nel 1956, all'Olympia di Parigi, ottiene uno strepitoso successo che gli permetterà di entrare nella storia degli chansonniers francesi. Il genere melodico con i suoi testi malinconici, che alternano le gioie dell'innamoramento alla tristezza che permea la fine di una relazione caratterizzeranno non solo la sua musica, ma perfino i suoi personaggi cinematografici.
Nel 1960, François Truffaut lo vuole come protagonista in Tirate sul pianista, dove interpreta un inquieto pianista dalla doppia vita. Nello stesso anno, gli viene data l'occasione di mettere sotto la luce dei riflettori le sue qualità drammatiche che ben si esprimeranno in Un taxi per Tobruk di Denis de La Patellière e Il passaggio del Reno di André Cayatte, vincitore di un discusso Leone d'Oro a Venezia. I suoi ruoli sono un mix di eleganza e malinconia, di astuzia e seduzione. La risposta francese a Spencer Tracy e cinematograficamente rivale di Jean Gabin, è stato definito "un Pierrot moderno" da Autant-Lara, anche se nella sua filmografia non sono presenti molti nomi di grandi registi.
La maggior parte delle sue canzoni parlano d'amore e nella sua lunga carriera ne ha scritte oltre 1000. Il poter esprimersi in sei lingue (francese, inglese, italiano, spagnolo, tedesco e russo) gli ha consentito di cantare in tutto il mondo divenendo subito famosissimo. Ha cantato alla Carnegie Hall ed in tutti i maggiori teatri del mondo. In Italia ha collaborato con due delle maggiori interpreti della musica leggera: Iva Zanicchi e Mia Martini.
Les parois de ma vie sont lisses Tandis que le monde me juge Mourir d'aimer Laissons le monde à ses problèmes Puisque notre amour ne peut vivre Partir en redressant la tête Mourir d'aimer Tu es le printemps, moi l'automne I muri della mia vita sono lisci Mentre il mondo mi giudica Morir d'amore, Lasciamo il mondo ai suoi problemi Poiché il nostro amore non può sopravvivere Cominciare a raddrizzar la testa Morir d'amore Tu sei la primavera, io l'autunno
Je m'y accroche mais je glisse
Lentement vers ma destinée
Mourir d'aimer
Je ne vois pour moi qu'un refuge
Toute issue m'étant condamnée
Mourir d'aimer
De plein gré s'enfoncer dans la nuit
Payer l'amour au prix de sa vie
Pécher contre le corps mais non contre l'esprit
Les gens haineux face á eux-mêmes
Avec leurs petites idées
Mourir d'aimer
Mieux vaut en refermer le livre
Et plutôt que de le brûler
Mourir d'aimer
Sortir vainqueur d'une défaite
Renverser toutes les données
Mourir d'aimer
Comme on le peut de n'importe quoi
Abandonner tout derrière soi
Pour n'emporter que ce qui fut nous, qui fut toi
Ton cœur se prend, le mien se donne
Et ma route est déjà tracée
Mourir d'aimer
Mourir d'aimer
Mourir d'aimer
mi ci attacco ma scivolo
lentamente verso il mio destino:
morire d'amore.
non vedo che un rifugio,
ogni altra via mi è preclusa:
morire d'amore.
sprofondare nella notte
pagare l'amore con la mia vita
peccare contro il corpo ma non contro l'animo.
gli astiosi contro se stessi
con le loro piccole menti:
morire d'amore.
meglio richiudere il libro
e piuttosto che bruciarlo
morire d'amore.
uscire vittorioso da una sconfitta
rovesciare tutte le convenzioni
morire d'amore
come si faccia non importa
lasciarsi tutto alle spalle
per interessarsi di noi, di te.
il tuo cuore prende, il mio dona
e la mia via è segnata
morir d'amore
morir d'amore
morir d'amore.
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Talete, appoggiato alla balaustra del mercantile greco, guarda allontanarsi le coste della Ionia, dov'è vissuto fino a quel momento, mentre Mileto, la sua città, scompare in lontananza. La nave è diretta in Egitto, recando oltre mille giare di olio e di vino; dai commercianti della terra dei faraoni il proprietario del mercantile si aspetta di ricevere in cambio un cospicuo carico di grano e, soprattutto, di papiro, generi purtroppo non reperibili in patria, data la scarsità di terreni coltivabili.
La nave è sospinta dai venti etesii, che soffiano soltanto per il periodo della canicola. Il vento è propizio, costante, quasi gagliardo: spira diritto in poppa, tiene ben gonfia la grande vela quadra, e trae dagli alberi, dal sartiame e da tutti i legni che reggono i primi e trattengono il secondo, un concerto quasi melodioso e gaio di schianti, sibili e schricchiolii, che il mare accompagna col chiaro fruscìo dell'onda tagliata. Certo, benedicono quel vento i rematori, che ora dormono sui gironi e sotto i banchi. Ma che ne pensa il nocchiero che spia dalla prora?
Naviga già da molti giorni e notti, e per fortuna non ha avuto incontri spiacevoli con i predoni del mare, che infestano le acque del Mediterraneo, sempre pronti ad assalire le navi di passaggio; ora, mentre l'aurora rischiara il cielo a oriente, dovrebbe essere quasi giunto all'altra riva del mare; quel vento non gli sarà fatale fra poco, tra le insidie dell'oscurità e d'una costa rocciosa? Il viso è inquieto ma non angosciato: appare tranquillo e fiducioso, teso soltanto dall'impazienza. E d'un tratto si schiarisce e gli occhi brillano. Gli occhi hanno visto, ma la mente e il ricordo di viaggi precedenti li hanno preceduti, l'imbocco del Porto Reale di Alessandria. Risveglia con un grido i rematori, ordinando ad altri addetti di ammainare la vela, che ormai sarebbe soltanto d'impaccio per le manovre finali.
Certo, il nostro nocchiero è privilegiato da una missione ufficiale o qualcosa di simile, poiché altrimenti dovrebbe aggirare Capo Lochias a ponente e cercarsi un posto nell''immensa selva di navigli d'ogni sorta dell'Eunosto, il Porto del Buon Ritorno, il più grande e più ricco porto commerciale di tutto il mondo conosciuto. Invece, arriva tranquillamente in vista di Alessandria ed entra nel lago Mareotis. Il nocchiero trova presto il molo al quale attraccare: proprio accanto a una feluca, il battello giusto per navigare il Nilo.
La feluca, con Talete a bordo, prende il largo su un Nilo già reso molto gonfio dalle acque, dato che si è in pieno periodo di inondazione. Dopo qualche giorno di navigazione, arriva a Sais, la capitale del faraone Amasis II, e nel porto della città lo attende il consigliere del faraone, Harsiesi. Viene considerato un personaggio importante, Talete, da queste parti, grazie alla saggia politica del sovrano, che ha stretto rapporti di amicizia e di alleanza con le città greche, tanto da essere soprannominato Filelleno. Ha addirittura sposato una donna di Cirene, Laodice, e ha fornito un danaroso contributo per la riedificazione del tempio di Delfi, distrutto da un incendio qualche anno prima.
Accompagnato da Harsiesi, Talete si reca per la prima volta a far visita al faraone nella sua sontuosa reggia. Lo attende il sovrano, sul trono regale, abbigliato e agghindato come si conviene per ricevere il personaggio che nei secoli a venire verrà ricordato come uno dei "sette saggi" dell'antichità: indossa un grande vestito, il gonnellino shenti, corto e a pieghe; come sempre quando appare in pubblico non ha la testa scoperta, porta una parrucca e sopra di essa il nemes con il serpente ureo; una barba posticcia si unisce al copricapo; completano il suo abbigliamento collane, pettorali e bracciali e ai piedi un paio di sandali color dell'oro.
Il faraone saluta il gradito ospite, ringraziando il dio Ra per avergli concesso un viaggio scevro da pericoli e gli presenta gli altri dignitari che sono presenti all'incontro, tra i quali il più importante è senza dubbio l'agrimensore di corte, Senenmut; è lui che ogni novembre, dopo le piene del Nilo, è incaricato, con i suoi impiegati e grazie alle mappe mantenute sempre aggiornate, di ristabilire i corretti confini tra i poderi che vengono allagati da giugno a settembre, depositando il limo che rende così fertili le sue terre.
Talete ringrazia il sovrano per la sua accoglienza, poi si apparta con Senenmut: molto hanno da discutere i due di questioni pratiche; ma soprattutto Talete vuole conoscere meglio le regole e i principi sui quali si fonda la tecnica dell'egizio per la stesura delle sue mappe e per il riporto successivo sul terreno: non sono intenti a ponderare su questioni astratte, non sono osservatori della natura in senso accademico, ma uomini pratici e attivi; quando volgono la mente a problemi pratici, lo fanno alla luce dell'esperienza quotidiana, per conservare e migliorare lo stato delle cose.
Senenmut di una cosa soprattutto si duole con Talete:
- Sai, caro amico, nonostante noi agrimensori siamo bravissimi a calcolare le distanze sulle rive del nostro sacro fiume, non siamo purtroppo ancora riusciti a calcolare le altezze dei monumenti e degli edifici che ci circondano; è una sapienza che abbiamo perso, dato che i nostri predecessori sicuramente la conoscevano! Non si spiega altrimenti come avrebbero potuto costruire meraviglie alte come la tomba funeraria del faraone Cheope, che si trova a non molta distanza da dove siamo ora...
Questa frase risveglia la curiosità dell'anziano greco, che non ha mai sentito parlare di tale monumento funebre. Chiede spiegazioni all'agrimensore, che così risponde:
- Se vuoi, domani stesso ti faccio accompagnare dalla feluca reale nella piana di Giza, così potrai renderti conto da solo di quanto ti sto dicendo.
Talete accetta con gratitudine, poi i due continuano a parlare di tecniche di misurazione e di riporto su papiro.
[continua...]
[Liberamente elaborato a partire da Raccolta delle vite e delle dottrine dei filosofi di Diogene Laerzio, Storie di Erodoto di Alicarnasso, Il teorema del pappagallo di Denis Guedj]
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