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"Le donne provano la temperatura del ferro da stiro toccandolo. Brucia ma non si bruciano. Respirano forte quando l’ostetrica dice "non urli, non è mica la prima". Imparano a cantare piangendo, a suonare con un braccio che pesa come un macigno per la malattia, a sciare con le ossa rotte. Portano i figli in braccio per giorni in certe traversate del deserto, dei mari sui barconi, della città a piedi su e giù per gli autobus. Le donne hanno più confidenza col dolore. Del corpo, dell’anima.
È un compagno di vita, è un nemico tanto familiare da esser quasi amico, è una cosa che c’è e non c’è molto da discutere. Ci si vive, è normale. Strillare disperde le energie, lamentarsi non serve. Trasformarlo, invece: ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. Ignorarlo, domarlo, metterlo da qualche parte perché lasci fiorire qualcosa. È una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa."
Questo è l'attacco di un bellissimo articolo di Concita De Gregorio su l'Unità di oggi. Il brano è tratto dall'introduzione del suo libro Malamore, che raccoglie storie di donne violentate, in tutti i sensi, di oggi e di ieri. Per chi volesse leggere l'intero articolo, che raccomando vivamente ai miei amici e alle mie amiche, questo è il link (fate clic col pulsante destro del mouse e scegliete "salva con nome" o qualcosa del genere).
C'è una domanda in questo articolo che mi risuona nella testa da stamani: "A cosa servono le femmine?" O, direi forse meglio: "Qual'è la specificità femminile, in che modo è diversa da quella maschile?" E perché questa specificità viene spesso (non direi sempre più spesso, le violenze ci sono sempre state, ma oggi siamo forse più sensibili di ieri) violata e violentata? E qual è il modo in cui possiamo superare questo dualismo, per non chiamarlo contrapposizione di genere? È l'analogo della contrapposizione di censo tra ricchi e poveri? O è qualcosa di più profondo, di più intimamente connesso con i ruoli che secoli di dominazione maschile hanno imposto sulla società? È noto che molte società dei tempi antichi erano sostanzialmente matriarcali, altre patriarcali, altre ancora mettevano uomini e donne sullo stesso piano, pur attribuendo a ogni sesso ruoli diversi e distinti, ma parimenti importanti, direi essenziali alla civile convivenza. E oggi? E nel futuro? Insomma, un articolo che, partendo da considerazioni di tutt'altro genere, mi ha portato a riflessioni tutt'altro che banali...
E voi? Cosa ne pensate?
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Ci vuole molto talento per esser vecchi senza essere adulti...
Buon compleanno AMORE MIO, buon compleanno!!!

"Le parole che non ti ho detto" cercale e le troverai...


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Víctor Lidio Jara Martínez (San Ignacio, 28 settembre 1932 - Santiago del Cile, 16 settembre 1973) è stato un cantautore, musicista e regista teatrale cileno.
Victor Jara nasce da una famiglia di contadini. Dopo alcuni anni di matrimonio, suo padre li abbandona e la madre, Amanda, si ritrova a crescere da sola Victor e i suoi fratelli e sorelle. È una donna ottimista e molto forte: lei stessa cantante, insegna a cantare e a suonare la chitarra anche a Victor, e avrà una grande influenza sul suo futuro stile musicale. Amanda muore quando Victor ha solo 15 anni: egli allora entra in seminario, ma dopo soli due anni ne esce per andare ad arruolarsi nell'esercito, dove rimane per alcuni anni. Al suo ritorno a Loquen, inizia a studiare la musica popolare cilena e ad interessarsi di politica. Le sue canzoni sono piene d'amore per il suo popolo, ritratto come semplice e gran lavoratore: molte di esse sono attacchi contro le ingiustizie sociali e gli scandali politici. Victor è elemento portante del movimento musicale conosciuto come Nueva Canción Chilena, coinvolto in molte attività progressiste.
Svolge anche un'intensa attività teatrale: nel 1960 mette in scena come regista La Mandragola di Machiavelli e successivamente passa ad autori come Bertolt Brecht, Raul Ruiz, Alessandro Sieveking, Peter Weiss. Nel 1961 come direttore artistico lavora in Olanda, Francia, Unione Sovietica, Cecoslovacchia. Nello stesso anno conosce la futura moglie, Joan Turner. Nelle elezioni presidenziali del 1970 si schiera per Salvador Allende, dando concerti in favore dei suoi ideali politici.
La campagna di Allende è un successo ma l'11 settembre (un altro!) 1973 il neo presidente viene destituito da un colpo di stato organizzato dai militari con il concorso della Cia. Nel corso dei rastrellamenti di quei giorni, anche Victor viene arrestato. Dopo alcuni giorni di prigionia viene portato, assieme a centinaia di altri prigionieri politici, nello stadio nazionale di Santiago del Cile. Lì i militari stanno torturando i prigionieri: spezzano le mani di Victor e lo deridono, esortandolo a cantare le sue canzoni. Nonostante le torture, Victor intona la canzone del Partito di Unità Popolare, e viene brutalmente ucciso a colpi di pistola. Sua moglie Joan viene condotta davanti al suo corpo massacrato e ha solamente il tempo di organizzare il funerale e la sepoltura, prima di lasciare segretamente il paese, portando con sé alcuni nastri con la musica del suo Victor. Oggi le sue canzoni, politicamente impegnate e così intensamente umane, sono ricordate ed amate in tutto il mondo.
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Te recuerdo Amanda Te recuerdo Amanda, La sonrisa ancha, Son cinco minutos, Te recuerdo Amanda, La sonrisa ancha, que partió a la sierra, Suenan las sirenas, Te recuerdo Amanda, |
Ti ricordo Amanda Ti ricordo Amanda Il sorriso aperto Sono cinque minuti, Ti ricordo Amanda Il sorriso aperto che partì per la montagna Suonano le sirene Ti ricordo Amanda |
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"Un uomo con il cuore di un ragazzo."
Così l'ha definito in una recente intervista Meryl Streep.
Ciao Paul, ma anche ciao Rocco Barbella, alias Rocky Graziano (Lassù qualcuno mi ama), ciao Ben Quick (La lunga estate calda), ciao Brick Pollitt (La gatta sul tetto che scotta), ciao Ari Ben Canaan (Exodus), ciao Eddie Felson (Lo spaccone), ciao Chance Wayne (La dolce ala della giovinezza), ciao Andrew Craig (Intrigo a Stoccolma), ciao Michael Armstrong (Il sipario strappato), ciao Nick Jackson (Nick mano fredda), ciao Butch Cassidy (nell'omonimo film), ciao Henry Gondorff (La stangata), ciao Doug Roberts (L'inferno di cristallo), ciao William Cody (Buffalo Bill e gli indiani), ciao Reggie Dunlop (Colpo secco), ciao Essex (Quintet), ciao Murphy (Bronx, 41° distretto di polizia), ciao Michael Gallagher (Diritto di cronaca), ciao Frank Galvin (Il verdetto), ciao Harry Keach (Harry & son), ciao Eddie Felson ritrovato (Il colore dei soldi, unico Oscar, maledetta Hollywood!), ciao Sully Sulliv (La vita a modo mio), ciao Dodge Blake (Le parole che non ti ho detto), e infine ciao John Rooney (Era mio padre).
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Aggiunta pe' li suvve Scrivevo giorni fa dei machinoni, Mo' è successo però un fatto strano Un camionista 'mbriaco a 'n'incrocio A quell'amico mio j'ha detto bene, Inzomma, n'aggiunta me tocca da fa' |
Postilla per i Suv Qualche giorno fa scrivevo dei macchinoni, È successo però un fatto particolare Un camionista ubricaco a un incrocio All'amico mio ha detto bene, In conclusione, mi tocca fare una postilla |
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Jacob Gershowitz, in arte George Gershwin (Brooklyn, 26 settembre 1898 - Hollywood, 11 luglio 1937), è stato un compositore, pianista e direttore d'orchestra statunitense.
Jacob Gershowitz era il secondo di quattro figli di una coppia di ebrei russi immigrati negli Stati Uniti. Nel 1910 i genitori acquistarono un pianoforte per le lezioni di musica del primogenito Israel. Ma ben presto il dodicenne Jacob si impossessò dello strumento, che suonava ad orecchio, dando prova di grande talento. Prese lezioni per un paio d'anni da vari insegnanti, fino a quando non gli venne presentato Charles Hambitzer, che divenne il suo mentore. Hambitzer gli insegnò la tecnica convenzionale, gli fece conoscere i maestri europei e lo incoraggiò ad andare ai concerti delle orchestre. Dopo tali concerti, il giovane Gershowitz cercava di riprodurre alla tastiera la musica che aveva ascoltato. Successivamente studiò con il compositore classico Rubin Goldmark.
Cambiò nome in George Gershwin quando cominciò a lavorare come pianista e compositore. A quei tempi era una pratica diffusa nel mondo dello spettacolo: molti immigrati adottavano uno pseudonimo che suonasse più "americano", per semplicità di pronuncia (a volte, anche per nascondere le proprie origini). Anche il fratello maggiore Israel, attivo come paroliere, cambiò nome in Ira Gershwin.
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Il giorno 20 settembre, presso Porta Pia a Roma, si è svolta una manifestazione. "Beh," penserete voi, "sai che novità, tutti gli anni si ricordano la famosa breccia, i bersaglieri (peraltro, proprio per questo avvenimento tanto amati dai romani), il papa che si rifugia dentro il suo staterello dal quale uscirà soltanto parecchi anni dopo, insomma, nulla di nuovo..." E invece no, stavolta la manifestazione, presieduta nientepopodimenoché dal delegato di Alemanno, il vicesindaco Cutrufo (con tanto di fascia tricolore a cingere la sua prominente epa), è servita a ricordare e compiangere i poveri zuavi francesi che difendevano le proprietà (terrene) del papa. E dunque, oltre alla memoria mussolinana e repubblichina ci tocca pure sorbirci la rievocazione del potere temporale dei papi... Immaginate se Letizia Moratti decidesse domani di celebrare non gli insorti delle Cinque Giornate di Milano, non il federalista (!) Carlo Cattaneo, ma il generale Radetzky, che represse nel sangue i moti unitari (oltre mille condanne a morte). D'altronde, Bossi e i suoi intonano "Va’ pensiero" non sapendo (da ignoranti quali sono) che Verdi, proprio mentre componeva il Nabucco, scriveva a un amico: l’Italia "dovrà essere libera, una e repubblicana".
Parma, Italia. Meno di 200.000 abitanti. Sindaco e giunta di centro-destra. Siccome il traffico incombe sulle città piccole come su quelle grandi, il sindaco fa una bella pensata: la metropolitana! Sì, avete capito bene: proprio il metrò! E che, Parma può forse essere da meno di Milano, Roma, Londra, Parigi o New York? Non conta che la città in bicicletta si attraversi in mezz'ora, contano gli affari e la metropolitana ne genererà parecchi, che importa se stravolgendo il centro storico. Come se decidessero di far passare un'autostrada sopra al Colosseo a Roma o a Piazza delle Erbe a Verona. Ovviamente il sindaco ha negato ai cittadini la possibilità di un referendum, hai visto mai che votassero contro... Alla metropolitana hanno rinunciato, per scarsa economicità, città del calibro di Zurigo (un milione di abitanti) e Ginevra (700.000), ma Parma no, scherziamo? Nella settimana che ha minacciato di abbattere Wall Street, Paul Volker, ex presidente della Federal Reserve (la banca centrale degli Usa), ha invocato la creazione di un organismo di controllo che "vigili sugli investimenti non produttivi e non urgenti, misurando piani d'opera e ricadute sulle disponibilità finanziarie pubbliche per non addossare alla comunità i disastri della mala conduzione". Il pragmatismo americano conferma il pragmatismo degli amministratori svizzeri. Parma a quale cultura appartiene? Alla civiltà mediterranea del ponte di Messina, fa sapere Berlusconi. Costruire, incassare... e per i debiti qualcuno pagherà. Paghiamo sempre noi, come per Alitalia.
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Angelo Brunetti detto Ciceruacchio (Roma, settembre 1800 - Porto Tolle, 10 agosto 1849) carrettiere, forse oste, gonfaloniere del rione di Campo Marzio e, come forse ebbe a dire lui stesso, a tempo perso "uomo e italiano". Il soprannome ciceruacchio è una corruzione dell'originale romanesco ciruacchiotto, in italiano "grassottello", datogli da bambino.
Era figlio di un maniscalco, popolano autentico di carattere vivacissimo e di notevole intelligenza. Era notissimo nella zona del porto di Ripetta, sulla riva sinistra del Tevere e pare che gestisse anche una taverna nei pressi di Porta del Popolo. Di carattere brillante e molto socievole, era beneamato dal popolo romano. Grazie alla sua innata capacità dialettica che non poté mai coltivare con l'istruzione, divenne presto un rappresentante informale dei sentimenti popolari. Era un cattolico osservante, ma aveva aderito alla Carboneria nel 1828 e cinque anni dopo si era affiliato alla Giovane Italia.
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Amici cari, questo che pubblico oggi è un racconto "su commissione"; qualche tempo fa un'amica, Nereide1, al secolo Annarita, mi ha chiesto di scrivere qualcosa per il suo blog di matematica o per quello di scienze (Annarita è insegnante di scuola media); dopo qualche riflessione, mi sono imbattuto nel paradosso del Grand Hotel di Hilbert; seduta stante mi sono messo a pensare a un racconto che illustrasse quel paradosso, incurante del fatto che già un grande scrittore di fantascienza come Stanisław Lem e il matematico Ian Stewart, continuatore della meritoria opera di Courant e Robbins Che cos'è la Matematica?, avessero già scritto sul tema.
Ed ecco il risultato della mia fatica (?): spero che vi divertirete a leggerlo, come io mi son divertito a scriverlo.
(Va da sé che vi consiglio di fare una capatina nei due blog di Annarita
)
Un albergo straordinario
Erano ormai le due di notte quando riuscii finalmente ad aprire la porta di casa, gettare in un angolo il giubbotto antigravitazionale e stendermi sul letto ad aria. La festa organizzata in onore del mio professore di galattografia comparata per il suo 200° anno di insegnamento era durata veramente troppo: tutti quegli arzilli due-trecentenni suoi colleghi non avevano fatto altro che ballare indiavolati gli ultimi balli modaioli che arrivavano da ogni parte dell'universo, conosciuto o meno. Io, per conto mio, preferisco mille volte uno spettacolo tri-vi nella comodità del mio appartamento. È proprio vero che le differenze generazionali contano...
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