Non solo matematica...
Vi sono momenti della storia, nei quali tutto quello che si può fare
è tenere accesi piccoli fuochi nella notte, proteggendoli dalla tempesta
e da chi li vuole spegnere a colpi di prepotenza, di avvocati e di leggi,
perché, a notte e bufera finite, il villaggio dovrà pur ricominciare a cuocere e scaldarsi.
(Gilles Deleuze)

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Postato da MauroPiadi alle 19:32 di giovedì, 30 aprile 2009

portella

'Ntà lu chianu da Purtedda
chiusa a'nmenzu a ddù muntagli
cc'è na petra supra l'erba
pi ricordu a li compagni,
all'additta ni sta petra
a lu tempu di li fasci
un'apostulu parrava
di lu beni pi cu nasci
e di tannu finu a ora
a purtedda da Ginestra
quannu veni u primu maggio
i cumpagni fannu festa.
Giulianu lu sapia ch'era a festa di li poveri
Na jurmata tutta suli doppu tanta tempu a chiovirì
Cu ballava, cu cantava, cu accurdava li canzuni
E li tavuli cunzati di nuciddi e di turruni.

Ogni asta di bannera, era zappa vrazza e manu
E la terra siminata, pani cauddu, furnu e granu.

La speranza d'un dumani chi fa u munnu na famigghia
La vitevunu vicinu e cuntavunu li migghia,
l'uraturi di ddu jornu jera Japicu Schifò,
dissi: "Viva u primu maggiu!", e la lingua ci'assiccò.
Di lu munti la Pizzuta ch'era u puntu cchiù vicinu
Giulianu e la so banna scatinò a carneficina.

A tappitu e a vintagghiu, mitragghiavunu la genti
Comi fauci chi meti cu lu fòcu 'ntrà li denti,
cc'è cu scappa spavintatu, cc'è cu cianci e grida aiutu,
cc'è cu jetta i vrazza all'aria a'ddifisa comu scudu,
e li matri cu lu ciatu, cu lu ciatu e senza ciatu
figghiu miu, corpu e vrazza comu 'nghiommuru aggruppatu.

Doppu un quartu di ddu 'nfernu, vita, morti e passioni,
i briganti si nni jeru senza cchiu munizioni,
arristam a menzu o sangu e 'ntà l'erba di lu chianu,
vinti morti, puvireddi, chi vulianu un mundu umanu,
e 'ntà l'erba li cianceru matri e patii agginucchiati,
cu li lacrimi li facci ci lavavunu a vasati.

Epifania Barbatu cu lu figghìu mortu 'nterra dici:
a li poveri puru ccà ci fannu a guerra,
mentri Margherita la Glisceri ch'era ddà cu cincu fìgghi
arristò morta ammazzata e 'ntò ventri avea u sestu figghiu.

Fu ddù jornu, fu a Purtedda,
cu cci va doppu tan'tanni,
viti morti 'ncarni e ossa,
testa, facci, corpa e ghiammi.
Viva ancora, ancora vivi
E na vuci 'ncelu e terra,
e na vuci 'ncelu e terra:
o' giustizia, quannu arrivi.

(Musica di Otello Profazio, parole di Ignazio Buttitta)

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Postato da MauroPiadi alle 15:15 di mercoledì, 29 aprile 2009

parigini 1

Novella Parigini (Chiusi, 29 aprile 1921 – Roma, 30 settembre 1993) è stata una pittrice italiana.

Il suo nome è legato agli anni dal ’50 al ’60 del secolo scorso, quelli della Dolce vita di cui fu uno dei simboli, eleggendo Roma, e in particolare Via Margutta, a palcoscenico delle sue vicende esistenziali ed artistiche. Si lanciò nel vortice della vita romana e ne pagò anche lo scotto, rimanendo coinvolta in alcune vicende giudiziarie.parigini 2

Aspetti caratterizzanti dei suoi quadri sono gli occhi e i corpi di gatto, e nelle figure femminili gli zigomi pronunciati, le labbra siliconate e i seni grandi, prototipo della donna-oggetto d’oggi, anticipando così quei processi di massificazione che solo qualche anno dopo sono stati riproposti da artisti pop come Andy Warhol.

Educata al culto della bellezza e dell’edonismo ereditati dall’aristocratica famiglia senese, la sua esperienza si mescola con l’esistenzialismo e il surrealismo francesi uniti a un femminismo ante litteram. Nell’immediato dopoguerra è a Parigi, dove frequenta con successo l’Accademia di belle arti e si inserisce negli ambienti intellettuali, passeggiando spregiudicatamente per le vie parigine con un abbigliamento "eretico" e divenendo protagonista della vita mondana.

Il suo esistenzialismo però si discosta da quello del suo amico Jean-Paul Sartre nel momento in cui questo assume dei connotati politici; per Novella Parigini essere esistenzialista significava essere liberi anche da ogni tendenza o legame politico oltre che sentimentale, la sua era una libertà che si muoveva soltanto verso l’emancipazione dall’autoritarismo di forme concettuali date come assolute che sovrastano il pensiero; è da tale consapevolezza che può scaturire quella libertà totale che si configura infine come scelta e responsabilità. Le sue trasgressioni, i suoi eccessi, erano un modo per sperimentare le nuove possibilità offerte dal pensiero libero e non un atteggiamento eversivo o rivoluzionarparigini 3io.

Alla domanda su cosa intendesse per Arte, rispondeva: «Un’esplicazione del pensiero, non del sentimento, del pensiero». Per quanto riguarda il surrealismo in Novella Parigini, esso assume caratteristiche differenti da quelle teorizzate da André Breton, non avendo nulla a che fare con l’inconscio e con l’onirico; era soltanto una forma espressiva per esplicare il pensiero liberamente; questa scelta è sicuramente influenzata dalla sua amicizia con Salvador Dalí, che fu anche suo maestro.

Dopo la sua morte sono state ritrovate alcune lettere di Gabriele D’Annunzio (tra cui una delle prime stesure della lirica La pioggia nel pineto) alla madre di Novella, Emilia, nelle quali è proprio il vate a dare il nome a Novella e a fornire le istruzioni del funzionamento di un talismano "infallibile" da lui regalatole.

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Postato da MauroPiadi alle 19:10 di lunedì, 27 aprile 2009

Renato Rascel, all'anagrafe Renato Ranucci (Torino, 27 aprile 1912 – Roma, 2 gennaio 1991), è stato un attore, comico, cantautore e ballerino italiano.

Nato per caso nella capitale sabauda (i suoi vi si trovavano per uno spettacolo), ma romano de Roma, è uno dei monumenti del teatro leggero italiano, purtroppo oggi un po' dimenticato. Nella sua lunghissima carriera ha spaziato dall'avanspettacolo alla rivista, dalla commedia musicale, all'intrattenimento televisivo e radiofonico. Si può dire che lo spettacolo lo avesse in qualche modo nel sangue, se si tiene in considerazione il fatto che i suoi genitori erano cantanti d'operetta. Fin da piccolo, quindi, si ritrovò a calcare i palcoscenici di compagnie filodrammatiche e teatrali, senza trascurare generi più "nobili" come il coro di voci bianche allestito dal compositore don Lorenzo Perosi (un altro illustre dimenticato della smemorata Italia).

Dotato di una carica umana non indifferente e di una simpatia travolgente, fa le sue prime esperienze importanti poco più che adolescente. Suona la batteria, balla il tip-tap e, appena diciottenne, prende parte al trio delle sorelle Di Fiorenza come cantante e ballerino. Nel 1934 viene notato dagli Schwartz e debutta, come Sigismondo, in Al Cavallino bianco. Poi torna con le Di Fiorenza, e poi con Elena Gray e parte per una tournée in Africa. A partire dal 1941 fonda uan compagnia propria, insieme a Tina De Mola, allora sua moglie, con testi di Nelli e Mangini, di Galdieri e infine di Garinei e Giovannini.

Grazie a queste esperienze ha la possibilità di mettere a punto un suo personaggio caratteristico, quello per cui sarà di fatto riconosciuto dal pubblico: la macchietta del piccoletto mite e distratto, stralunato e quasi inadatto a stare al mondo. Elabora sketch e canzoni che sono autentici capolavori del genere della rivista, in compagnia di sodali e amici rimasti poi nel tempo (su tutti, Marisa Merlini, e gli immancabili autori Garinei e Giovannini). Nel 1952 è la volta di uno spettacolo che otterrà un clamoroso successo e che lo conferma una volta di più beniamino del pubblico. Si tratta di Attanasio cavallo vanesio, cui farà seguito Alvaro piuttosto corsaro altro successo travolgente. Sono spettacoli che vanno in scena in un'Italia segnata dalla fine dell'ultima guerra mondiale, vogliosa di svago e di divertimento, ma che non dimentica gli episodi amari e il sarcasmo.

Rascel continua sulla stessa strada, sfornando titoli con continuità, tutti segnati dal suo stile raffinato e candido. Eccolo in Tobia la candida spia (i testi continuano a essere di Garinei e Giovannini), Un paio d'ali (uno dei sui maggiori successi in senso assoluto) e, nel 1961, Enrico studiato con i soliti fidati autori per celebrare il centenario dell'unità d'Italia.

Per quanto riguarda il cinema, l'attività di Rascel prende il via nel 1942 con Pazzo d'amore, per proseguire in tutti gli anni '50 con una serie di titoli non proprio memorabili. In queste pellicole, infatti, l'attore tende a ripercorrere pedissequamente gli sketch e le macchiette applaudite a teatro, senza un vero sforzo inventivo e senza tener conto delle peculiarità del nuovo e diverso mezzo di comunicazione.

Fanno eccezione Il cappotto (tratto da Gogol'), non a caso girato sotto la regia di Alberto Lattuada e Policarpo ufficiale di scrittura, diretto da un altro mostro sacro del macchina da presa (nonché della letteratura), Mario Soldati. Da segnalare la grande interpretazione di Rascel nei panni del cieco Bartimeo nel Gesù di Nazareth di Zeffirelli. Si è trattato di un "cammeo", reso da Rascel con tono estremamente drammatico e commovente senza essere patetico.

Infine, l'attività musicale. Si tende a dimenticare che Rascel ha scritto moltissime canzoni, alcune della quali sono entrate di diritto nel repertorio popolare e hanno avuto diffusione in tutto il mondo. Fra i molti titoli, Arrivederci Roma, Romantica, Te voglio bene tanto tanto, È arrivata la bufera ecc.

Infiniti i programmi alla radio che sarebbe lunghissimo ricordare. Per la televisione invece ha interpretato I Boulingrin di Courteline e Delirio a due di Ionesco e nel '70, sempre in tv, I racconti di padre Brown da Chesterton.

Anticipatore della comicità surreale, Rascel ha rappresentato il versante nobilmente popolare della commedia, capace di piacere a tutti senza mai cadere nella volgarità o nel facile qualunquismo.

Ebbe avventure e amori, mogli e fidanzate, storie lunghe e brevi con altrettante donne, ma con nessuna di esse riuscì a realizzare un’intesa duratura né soprattutto una famiglia. La prima moglie è stata la citata Tina De Mola, avvenente soubrette del teatro di rivista. Poi è stata la volta del matrimonio con Huguette Cartier, ma anche con lei la storia finisce presto. Fino a quando in occasione di Alleluja, brava gente, Rascel conosce sulla scene una giovane attrice: Giuditta Saltarini. È proprio con lei che decide di fare la grande svolta: dalla loro unione nasce un figlio, Cesare, per il quale decide di allontanarsi pian piano dalle scene. È con il teatro di prosa (che aveva già affrontato varie volte, come quando nel 1967 aveva interpretato la commedia di Neil Simon La strana coppia, accanto a Walter Chiari) che Rascel chiude la sua gloriosa carriera: in coppia con lo stesso Chiari, regala al pubblico, cinque anni prima della morte, uno straordinario Finale di partita, di Samuel Beckett. Forse appagato e felice, nel gennaio del 1991 Renato se ne va dolcemente, privando la scena italiana di un inimitabile grande protagonista.

[Nel video in testa, una delle tante apparizioni televisive; qui, con Mia Martini, Gigliola Cinquetti e Tony Renis, canta la sua Te voglio bene tanto tanto; avrei voluto inserire il video di uno dei suoi brani comici più famosi, Il piccolo corazziere, ma su YouTube non c'è; lo potete però gustare a questo indirizzo.]

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Postato da MauroPiadi alle 16:11 di domenica, 26 aprile 2009

test

Capitolo 4°

E due secondi dopo Valcorvina vede scendere dall’auto dei Carabinieri quella che a prima vista gli sembra una bambola giapponese, della quale la dottoressa Boniveri ha tutte le caratteristiche: un’altezza di pochi decimetri superiore al metro, una carnagione talmente bianca da poter fare la pubblicità al latte, ma soprattutto le fattezze del viso, dalle gote pienotte ai capelli corvini, agli occhi, a mandorla, ma spalancati come finestre a picco sul mare in una notte di luna piena.

La bambola allunga una mano e si presenta:

– Piacere, Carla Boniveri.

– Luca Valcorvina, il piacere è mio, dottoressa.

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Postato da MauroPiadi alle 00:10 di sabato, 25 aprile 2009

Photobucket

 La fava co’ ’r pecorino

Vojo fa’ la pace co’ l’amica Flo’[1],
che a Pasqua se l'è legata a ’r dito
pe’ l’abbacchio che nun ho diggerito
dopo avello ripassato su ’r falò.

La vojo avverti’ che a ’r mercatino
ho chiesto a Gerardo, er fruttarolo,
e a Romoletto, er pizzicarolo[2],
un quintale de fave e pecorino!

A Roma da tant’anni è tradizzione
che pe’ ’a festa de ’a Libberazzione
e soprattutto, poi, pe’ ’r Primo Maggio

se magneno le fave co’ ’r formaggio
portannoseli a spasso pe’ li prati[3]
e bbevenno er rosso de Frascati!

[1] Per l'amichevole litigio cui faccio qui riferimento, si veda questo post.
[2] Pizzicagnolo.
[3] È tradizione romana, per la festa del 1° Maggio (dopo aver partecipato a quello che una volta era il comizio del sindacato a San Giovanni, oggi sostituito dalla kermesse musicale), fare la "gita fuori porta" con fave e pecorino (e, per la verità, anche altre tante bontà, ma non vorrei riaprire la diatriba con Flo'...)

 


 

E...

Photobucket

Buon 25 aprile a tutti!!!

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Postato da MauroPiadi alle 18:00 di giovedì, 23 aprile 2009

Spigolature

Il signor Cretinetti ha necessità di essere continuamente rassicurato sulla propria esistenza: è per questo che in occasioni pubbliche alza la voce, si solleva sulla punta delle scarpe e pretende di essere al centro dell’inquadratura, dove sorride come un cretino.
Il signor Cretinetti adora vantarsi e racconta barzellette, insulse quando non orripilanti, che divertono moltissimo lui e i suoi accoliti.
Il signor Cretinetti si vanta delle numerose donne passate e presenti, ma nel profondo del suo animo le disprezza, come si capisce facilmente dalle sue battute.
Il signor Cretinetti ha orrore della calvizie, delle rughe, del decadimento fisico, della vecchiaia e si appoggia a tricologi, massaggiatori e chirurghi plastici.
Il signor Cretinetti ha bisogno di possedere oggetti, automobili, case: tutto ciò gli conferma di avere potere.
Al signor Cretinetti piace molto il calcio, verso il quale ha il classico atteggiamento da Cretinetti: conta solo vincere, e chi perde è un coglione.
Il signor Cretinetti sorride sempre, anche quando non è il caso: se capisse quando non è il caso, non sarebbe da lui.
Il signor Cretinetti sembra simpatico: così inganna gli altri cretinetti come lui.
Il signor Cretinetti è ottimista, e in questo ha ragione: ce l’ha fatta, e pure alla grande.

Usciamo di qui - disse Hussonet - questo popolo mi disgusta.

(Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale)

Se il 7 giugno andrà come temo, questa sarà la frase stampata in cima al mio blog...

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Postato da MauroPiadi alle 15:42 di mercoledì, 22 aprile 2009

Photobucket

Del compleanno del premio Nobel Rita Levi Montalcini ne ho già parlato in questo post, qui non posso che ripeterle i miei auguri...

Ieri è stato invece il compleanno di un altro grande personaggio della medicina e della solidarietà umana, Gino Strada.

Nato a Sesto S. Giovanni il 21 aprile del 1948, Luigi Strada è un chirurgo italiano, uno dei fondatori dell'organizzazione non governativa Emergency.

Laureatosi all'Università Statale di Milano in medicina nel 1978 e successivamente specializzato in chirurgia d’urgenza, durante gli anni della contestazione fu uno degli attivisti del Movimento Studentesco, anche come responsabile nel gruppo di servizio d'ordine della facoltà di Medicina.

Dopo aver fatto pratica nel campo del trapianto di cuore fino al 1988, si è indirizzato verso la chirurgia traumatologica e la cura delle vittime di guerra. Nel periodo 1989-1994 ha lavorato con il Comitato Internazionale della Croce Rossa in varie zone di conflitto in Pakistan, Etiopia, Perù, Afghanistan, Somalia e Bosnia-Erzegovina. Questa esperienza sul campo ha motivato lui e un gruppo di colleghi a fondare Emergency, un'associazione umanitaria internazionale per la riabilitazione delle vittime della guerra e delle mine antiuomo, che dalla sua fondazione ha assistito gratuitamente più di tre milioni di pazienti.

Alcune frasi tratte dai suoi libri:

«Qualcuno ci critica per questi "particolari", i "lussi" non strettamente necessari alla sopravvivenza dei pazienti: le pareti affrescate nelle corsie pediatriche, la cura maniacale della pulizia, dei pavimenti lucidi, dei servizi igienici in cui si sente l'odore dei detersivi. Dicono che c'è sproporzione rispetto al livello del paese, alle devastazioni della guerra che segnano il territorio appena fuori il muro di cinta dell'ospedale. Ma perché? Costa poco di più mettere nel giardino bougainville, gerani e rose. E altalene. Costa poco e aiuta a guarire meglio. Sono sicuro che i nostri sostenitori, quelli che sottraggono cinquanta euro alla pensione, o che consegnano agli amici, come lista di nozze, il nostro numero di conto corrente postale, sono d'accordo con questa scelta.»

«Se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi.»

«Rahman, uno dei bambini feriti che avevamo finito di operare mezz'ora prima, camminava davanti a noi avvolto in una coperta e accompagnato da un'infermiere che reggeva la bottiglia della flebo e lo scortava verso la sua tenda [...]. Mia figlia disse – Perché quel bambino che era in sala operatoria non piangeva? – Ne abbiamo ragionato a lungo, abbiamo cercato di capire perché quei bambini non piangono, abbiamo parlato della miseria che si fa routine, della presenza silenziosa della tragedia e, a volte, della morte.»

«Noi abbiamo il privilegio di poter essere immediatamente utili. Ma in Italia ci sono decine di migliaia di persone che rendono possibile tutto ciò, non solo sostenendoci economicamente, ma anche, come mi dicono da Milano quando mi sentono depresso, "circondandoci di affetto".»

Per chi volesse contribuire (come io faccio saltuariamente) a Emergency, ecco alcuni contatti:

il sito di Emergency (sono possibili anche donazioni on-line attraverso carta di credito)

il codice per donare il 5‰ : 971 471 101 55

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Postato da MauroPiadi alle 21:36 di lunedì, 20 aprile 2009

scheletro

Capitolo 3°

Mercoledì 8 aprile, Luca Valcorvina, che nelle ultimi notti ha dormito sì e no dieci ore, sta ancora montando tende per gli sfollati. Sembra che aumentino di numero ogni minuto che passa. Il fatto è che quelli che hanno passato le notti precedenti in macchina si sono resi conto di dover trovare una sistemazione meno provvisoria. Inoltre, le scosse (alcune anche forti) che si susseguono spingono parecchi a cercare un tetto meno precario di quello di un’automobile.

Con Mimì Alberghetti e Giorgio Vacchetta ormai hanno preso un buon ritmo: telo a terra, fissare con gli spilli, struttura portante, fissare con i tiranti, telo inferiore da agganciare alla struttura e a terra con i picchetti, telo superiore da tirare bene in modo che, se anche piovesse, nella tenda non entri acqua e così via…

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Postato da MauroPiadi alle 00:30 di domenica, 19 aprile 2009

IdeogrammaAmicizia.preview

Come promesso, ecco gli haiku composti in onore di alcuni dei miei amici...

Verzi e verzacci
de ’n tennista sguizzero
me fanno ride
(
Phederpher)

De Chicca cara
ne ’e briciole notturne
ce sguazzo drento
(
Chiccama)

Là a L’Aquila
’na manciata de more
la stamo a aspetta’
(
Elenamaria)

Tango e gatti
eppoi facioli in verzi
erotico slenghe
(
Tamango)

Sopra cinquanta
ma ppiù o mmeno cento
l’anni li cala?
(
FlavioRoma)

Ama Roberto:
er cantante o er dottore?
Fusse bigama...
(
Aironedistelle)

Traccia l'orbite
de li razzi nostrani...
nun li sfracella'!
(
Archimede63)

Su l'acqua arta
bbipedi e quadrupedi
me fanno mori'
(
Esserinoebalena)

Acca due o,
nummeri e formulette...
'na grande profe!
(
Nereide1)

Che vve potrei di'
de chi ha 'ncominciato
'sto gran casino?
(
Tartamara)

Animalista?
Sarebbe ancora poco,
natural-mente!
(
Passatorcortese)

'N amico caro
'n penzionato moderno...
'n ze sta mai fermo!
(
Ozne)

Chi non è citato, sappia che l'ho nel cuore ugualmente, ma su alcuni i versi 5-7-5 è difficilissimo farli!

[Nell'immagine in testa, l'ideogramma che rappresenta la nostra parola "amicizia"]

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Postato da MauroPiadi alle 17:34 di giovedì, 16 aprile 2009

Kabuki DancerLa mia amica Tartamara ha postato una serie di haiku in dialetto romano proprio mentre stavo pensando allo stesso tipo di composizione... e dunque non sarò originale, però mi è piaciuta l'idea e vi propongo qui quelli da me ideati, senza porre in atto alcun tipo di competizione, sia ben chiaro !

Me cola er naso
nun c’ho er fazzoletto
prestame er dito

Quanno te vedo
me galoppa ’sto còre
asistolìa

Ommini e donne
se depileno tutti
sta’ a guarda’ er pelo

Se dice amore
du’ cori e ’na capanna
ma si ppoi piove?

Dice che pare
che sembra ch’è sincero
ma nun è vvero

Lavora’ stanca
e nun parlamo poi
de riposasse

Me so’ riperzo
ne ’r mezzo de ’r cammino
de ’a vita nostra

’Na lunga storia
de delitto e castigo
Craxi e Di Pietro

Piazza Vittorio
è ppiena de cinesi
me ce so’ perzo
credennome ’n Giappone
cercavo er Kabuki

(Quest’ultimo è un tanka, da cui l’haiku è derivato; leggete qui per una spiegazione dei due tipi di componimento...)

Nel frattempo sto preparando una serie di haiku da dedicare ad alcuni amici di blog ...

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