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un ospedale intero[1], padre santo;
ma che fermezza, da portacce vanto!
E ’a raggione? Abborto procurato...
Ve segnalo, che forze v’è scappato
(pe’ fortuna che io ve lo ricordo...)
che la signora Lario ha confessato[2]
er fatto e che er marito era d’accordo.
Ma che silenzio strano, santità:
nun zarà[3] che siccome è Berlusconi,
più che ’a dottrina conta ’a pietà?
Co’ li poveri sete tutti bboni
a fa’ la voce grossa, a castiga’;
co’ li potenti e ricchi... ginocchioni...
[1] Qui la notizia
[2] Qui la notizia
[3] Non sarà.
Questo post è scomparso nel corso della serata e mi è toccato di ripubblicarlo; spero che sia soltanto un bug di Splinder, e non una volontà censoria. Tempo fa parlai malissimo di Facebook, e spero di non dovermi ripetere sulla nostra piattaforma... comunque ho già pronto un account su Blogspot! 
Mi spiace per coloro che avevano già commentato, ma ovviamente sono andati perduti anche i commenti, porca pupazzola!
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Ne combinano più d’una al giorno ed è difficile tenere il ritmo, ma cerco di farlo...
Dopo, evidentemente, un’approfondita indagine conoscitiva sul drammatico fenomeno degli infortuni sul lavoro, o “omicidi bianchi”, come preferisco chiamarli io, il “Governo della Sicurezza”, con mossa acuta legislativamente e coraggiosa politicamente, ha individuato le cause e i responsabili reali dell’esecrabile fenomeno di cui sopra; ha approntato, perciò, una griglia normativa e sanzionatoria atta a estirparlo una volta per tutte, prima di tutto con le esemplari pene previste per i principali colpevoli delle criminali condotte in questione.
Infatti, in sede di “Schema ufficiale di modifica al Decreto legislativo n. 81/2008” (c.d. “correttivo” del Testo unico sulla sicurezza), all’art. 10-bis si legge:
“Dopo l’art. 14 del decreto è aggiunto il seguente:
Articolo 15-bis (Obbligo di impedimento)
1) Nei reati commessi mediante violazione delle norme relative alla prevenzione degli infortuni e all’igiene sul lavoro il non impedire l’evento equivale a cagionarlo alle seguenti condizioni:
….
d) che l’evento non sia imputabile ai soggetti di cui agli artt. 56, 57, 58, 59 e 60 del presente decreto legislativo per la violazione delle disposizioni ivi richiamate.”
È evidente, pertanto, che, per il governo, i soggetti cui “l’evento” va imputato in prima battuta sono quelli di cui agli artt. 56, 57, 58, 59 e 60; solo laddove “l’evento non sia imputabile” a costoro, debbono essere imputati i “datori di lavoro e i dirigenti”.
Se ne ricava, perciò, che per gli autori di questa proposta di riforma, i responsabili principali di questo tipo di “evento” (ricordiamolo: le morti sui luoghi di lavoro) sono i soggetti di cui agli artt. 56, 57 ecc.
E andiamo a verificare, allora, chi sono questi ignobili figuri, colpevoli della più sistematica e inarrestabile mattanza che si registra in questa società (ben più dei morti sulle strade e di quelli per malasanità), finalmente smascherati dall’opera investigativo-correttiva del “Governo della Sicurezza”: nell’ordine, “il preposto” (cioè il responsabile della sicurezza, art. 56), “i progettisti, i fabbricanti, i fornitori e gli installatori” (art. 57); “il medico competente” (art. 58), ma, soprattutto, “i lavoratori” (art. 59).
Quest’ultima, in particolare, si palesa come la più geniale delle intuizioni governative: coloro che, nell’opinione corrente sono considerati come le vittime, ossia i lavoratori, sono in realtà i primi colpevoli. Praticamente i carnefici di se stessi.
D’altronde, è principio elementare in criminologia: non v’è vittima che non contribuisca in qualche modo al proprio processo di vittimizzazione.
N.B. Qualcuno noterà una variazione nel logo di queste mie Spigolature. Il fatto è che ho ricevuto una cortese e-mail dai responsabili del sito Spigoli&Culture, che “amichevolmente” mi rendono noto che l'immagine che io utilizzavo era in realtà un (loro) marchio registrato presso la Camera di commercio di Ferrara e mi invitano a rimuoverla. In compenso mi offrono di inserire il mio blog tra i loro link amici. Ecco fatto...
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FC Barcelona - Manchester Utd.
2 - 0
G R A N D I !
Gaudì, Mirò, Albéniz, Casals,
Granados, Montserrat Caballé...
e ora Messi e Eto'o!
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È opinione comune che noi matematici si sia un po' (troppo) seriosi. Spero che questo blog contribuisca a sfatare la leggenda, e, per sovrapprezzo, vi dimostro come e qualmente riusciamo a ridere di noi stessi...
Un matematico, un fisico e un ingegnere sono sottoposti a una prova di sopravvivenza, chiusi ciascuno in una stanza spoglia di tutto fuorché di un materasso, con una scatola di sardine sigillata e una forchetta.
Dopo una settimana di clausura, quando vengono riaperte le stanze, il fisico viene trovato morto, appoggiato al muro su cui ha inciso, con la punta della forchetta, complicati calcoli sull’energia dei possibili impatti della scatoletta sulle pareti, secondo diversi angoli di incidenza.
L’ingegnere è morto con i muscoli contorti dallo sforzo e con la forchetta deformata dal tentativo di trasformarla in leva per forzare la scatoletta.
Il matematico è disteso immobile sul materasso, ma sembra respirare debolmente e muovere le labbra. Avvicinandosi, lo si sente sussurrare con fatica: “Supponiamo... per assurdo... che la scatoletta... sia aperta...”
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Esame di stato per l’accesso a un Istituto di educazione secondaria superiore.
Elaborato della candidata Mariastella Gelmini*, corredato delle note e delle correzioni da parte della Commissione esaminatrice, del voto e del giudizio finale.
Gentile Direttore,
ho letto attentamente quanto affermato dal Ministro Zaia. Tengo a ribadire che i dialetti sono le base della nostra cultura e che il mio pensiero è stato volutamente travisato. Pensare che il Ministro dell’Istruzione non sia sensibile ad[1] una parte così rilevante della nostra tradizione è un’accusa che respingo e che non si comprende se non ritenendola dettata da motivi di visibilità elettorale[2]. Da subito ho attuato provvedimenti per legare la scuola al proprio[3] territorio. I professori ad[4] esempio[5] devono sempre di più provenire dalla stessa regione nella quale insegna[6]. Le classi inoltre non possono essere composte da più del 30% di stranieri per favorire una migliore integrazione[7]. Ogni regione devo[8] poter strutturare un sistema educativa[9] in linea con le richieste del mondo del lavoro della zona[10]. Allo stesso modo[11] la spinta verso il futuro e la modernizzazione non può non essere accompagnato[12] dalla valorizzazione della cultura ivi[13] compresa[14] la lingua e il dialetto. Per questo la polemica è distituita[15] di qualsiasi fondamento[16] soprattutto per chi[17] è rivolta ad[18] una persona che abita al[19] confine con il Veneto e che conosce bene l’eccellenza, il valore e la cultura delle persone che lo popolano [20].
*Ministro dell’Istruzione, lettera a Il Gazzettino, 20 maggio 2009, pagg. 1 e 25.
[1] La “d” eufonica si usa soltanto tra due vocali eguali.
[2] Che significano questa frase e la precedente? Rilegga e rifletta, prima di copiare in bella!
[3] Meglio “suo”, in questo caso. O, ancor meglio, togliere decisamente l’aggettivo possessivo; il senso si comprende ugualmente.
[4] Si veda la nota [1]; qui comunque starebbe meglio un “per esempio”, tanto per evitare cacofonie.
[5] A prescindere dalla nota precedente, questo è un inciso che va contornato da virgole.
[6] “insegnano”. E poi la frase, così come costruita, zoppica.
[7] Anche questa frase zoppica. Sarebbe stato più corretto rivolgerla così: “Per favorire una migliore integrazione, le classi... ecc.”.
[8] “deve”.
[9] “educativo”.
[10] Troppi genitivi di seguito! Usi qualche perifrasi, in questi casi; non si accorge come suonano male all’orecchio?
[11] Le sono sparite le virgole dalla penna?
[12] “accompagnate”.
[13] “ivi” è avverbio di luogo!
[14] “compresi”.
[15] “destituita”.
[16] Si veda la nota [11].
[17] Forse voleva scrivere “perché”?
[18] Ancora una “d” eufonica!
[19] “a” è una preposizione di moto a luogo, non può essere usata in questo caso; “presso”, “vicino a” andrebbero meglio.
[20] “lo popolano”? Vuol dire che le persone che non abitano presso quel confine valgono di meno?
Voto: 4
Giudizio: la candidata dimostra di non possedere i requisiti minimi per poter essere accettata nelle nostre classi superiori. Il pessimo uso della punteggiatura, la scarsissima conoscenza della necessaria concordanza tra soggetti e predicati, un uso più che disinvolto della costruzione della frase, l’utilizzo eccessivo e pleonastico delle doppie negazioni, la rappresentazione involuta del proprio pensiero suggeriscono a questa Commissione di rinviare la candidata a una delle cosiddette “classi-ponte”; suggeriamo pertanto che le frequenti per almeno un paio d’anni; così si potrà, forse, portare a un livello più adeguato agli standard richiesti per l’ammissione a un qualunque istituto di educazione secondaria superiore, standard che d’altronde lei stessa (in altri elaborati - leggi, decreti e quant'altro - composti durante l’anno scolastico appena trascorso) ha asserito essere necessari.
La Commissione
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Sonet XXIII
As an unperfect actor on the stage,
Who with his fear is put beside his part,
Or some fierce thing replete with too much rage,
Whose strength's abundance weakens his own heart;
So I, for fear of trust, forget to say
The perfect ceremony of love's rite,
And in mine own love's strength seem to decay,
O'ercharged with burthen of mine own love's might.
O! let my looks be then the eloquence
And dumb presagers of my speaking breast,
Who plead for love, and look for recompense,
More than that tongue that more hath more express'd.
O! learn to read what silent love hath writ:
To hear with eyes belongs to love's fine wit.
Sonetto 23
Come un attore impreparato sulla scena
cui la paura fa dimenticar la parte,
o come una belva stracarica di rabbia
cui per ferocia s'indebolisce il cuore,
anch'io, mancando di fiducia, non trovo le parole
per la giusta apoteosi del ritual d’amore;
e nel colmo del mio amor mi par ch'io manchi,
schiacciato sotto il peso della sua potenza.
Recitino dunque gli occhi miei, unica eloquenza,
muti messaggeri del mio cuor parlante
a supplicare amore e attender ricompensa,
più ancor di quella lingua che più e più parlò.
Impara a legger ciò che amor muto scrisse:
ascoltar con gli occhi è il sottile ingegno dell'amore.
(William Shakespeare, Sonetti, XXIII)
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Dalla voce Strategia della tensione, nell'Enciclopedia italiana, a cura di Marcello Dell'Utri.
Diciamo, finalmente, le cose come stanno: in Italia le stragi non ci sono mai state. E quei pochi petardi che ogni tanto sono scoppiati non hanno ucciso nessuno; al massimo hanno provocato qualche escoriazione e un leggero spavento. Piazza Fontana, piazza della Loggia, il treno Italicus, il rapido 904, la stazione di Bologna, le bombe a Firenze e a Roma sono stati trasformati in simboli di inesistenti e fantomatici misfatti, posto che in Italia non c’è stata mai - e sottolineo mai - una sola trama, un solo complotto, non è mai esistito un solo potere occulto e forte.
Casomai l’unico complotto è stato quello di una storiografia e di una magistratura comuniste e di un giornalismo d’accatto, che è andato a cercare i misteri dove non c’erano e non ha messo in bella copia i comunicati che le pubbliche istituzioni preparavano in bella calligrafia, liberalmente concedendo di poter cambiare perfino i punti, le virgole e, tiè, perfino i punti e virgola. Va da sé che la cosiddetta “strategia della tensione” è stata una pura mistificazione e che tutti i servitori dello Stato sono sempre stati leali - mai doppi, per carità -, i depistaggi al massimo sono stati consigli in buona fede capiti a rovescio dai soliti magistrati comunisti, trinariciuti e imbecilli, e da quei pochi fessi di giornalisti che cercavano i “veri” colpevoli. Ma quali colpevoli se non è mai successo niente?
Per fortuna che c’è la memoria. Che è stata cancellata e quindi oggi possiamo dire di tutto, senza che ci sia un intellettuale (comunista, come tutti gli intelletuali) a zittirci, perché così va il vento e chi è saggio e lungimirante si mette sotto vento.
Pensate che abbia avuto un colpo di sole? Al contrario: mi sto allenando a fare carriera. E quindi il doppio Stato non è mai esistito. Figuriamoci il resto...
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Ok, ok, lo so... qualcuno mi accuserà di essere un po' misogino, pubblicando questo sonetto; ma chi mi conosce bene sa che non lo sono affatto!
Potrei esserlo, d'altronde, dopo due matrimoni, una convivenza e un amore felice corrente? 
Dunque, questo sonetto è soltanto un altro sistema per esplicitare il modo di vedere e di comportarsi del "romano medio"... giuro!
Conziji pe’ Menico che se vole sposa’[1]
Da quanno er Moro s’è sposato, a marzo,
a ’r bare nun ze vede propio ppiù;
er Bionno, er Ciriola[2], er Tiramesù[3]
l'aspetteno, ma lui pare scomparzo[4].
Pare che er Ciriola l'abbia veduto
passanno pe’ ’r mercato de via Doria[5]:
stava a compra’ er pane e la cicoria[6]
giranno tra li bbanchi zzitto e muto.
Davanti a lui marciava la su’ moje
e ddietro lui veniva, senza voje[7]...
Menicuccio, da’ retta a li conziji[8]:
abbada a quer che fai[9], penza ar malanno:
donna! chi dice donna dice danno:
tu t’arovini co’ ’sti tu’ puntiji[10].
[1] Consigli per Domenico che si vuole sposare.
[2] Ciriola è un tipo di panino affusolato alle estremità e cicciotto nel mezzo; facile capire il tipo cui può essere affibiato!
[3] Tiramisù è un soprannome che potrebbe essere affibbiato a qualcuno di carattere non proprio fermo, come l'omonimo dolce, appunto!
[4] Scomparso.
[5] In via Andrea Doria c'è uno storico mercato rionale romano.
[6] Pane e cicoria è il pasto di chi ha pochi denari. Ricordate la frase del pupo (no, non Totti, quell'altro, che certo non è venuto su a pane e cicoria...), che sosteneva di avere il diritto di poter parlare, perché per anni aveva mangiato “pane e cicoria”, appunto...
[7] Senza voglie; come a dire senza nerbo, svogliato.
[8] Consigli.
[9] Bada a quello che fai.
[10] Ti rovini con questa tua ostinazione (sottinteso, di sposarti).
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Papa Bbenedetto XIV
Er crocefisso messo a pennolone
frammezzo a la profonna[1] scollatura
de ’na donna formosa me procura
er ricordo de questa situazzione:
Prospero Lambertini[2] ebbe occasione
che ’na signora co’ disinvortura
je facesse vede’ la spaccatura
fra le zzinne[3], coperta da ’n crocione.
E papa Bbenedetto, gran marpione[4],
pijato de sorpresa in quer momento
margrado ciò se la cavò benone.
Nun ze scannalizzò[5], ma a l’incontrario
je vorze di’, pe’ faje ’n comprimento[6]:
“Bbella ’a croce, e assai deppiù er carvario[7]!”
[1] Profonda.
[2] Il cardinale Lambertini, papa Benedetto XIV dal 1740 al 1758, era noto per il suo carattere amabile e spiritoso. Si dice che nel pieno del conclave che avrebbe portato alla sua elezione, abbia detto ai cardinali: “Se desiderate eleggere un santo, scegliete Gotti; se volete eleggere uno statista, Aldrovandi; se invece volete un asino, eleggete me!”
[3] Poppe, tette. Si pensi, comunque, che già ai tempi del Belli si parlava di donne che “porteno cul de stracci e zzinne finte”…
[4] Furbacchione.
[5] Non si scandalizzò.
[6] Le volle dire, per farle un complimento.
[7] Calvario.
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«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina, ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.»
Non è un estratto, come si potrebbe pensare, dall'intervento di un leghista a caso al dibattito alla Camera sulla legge sulla cosiddetta “sicurezza”; bensì da una relazione dell’Ispettorato per l’immigrazione del Congresso americano, dell'ottobre 1912.
Eppure parole dello stesso significato le ho sentite pronunciare stasera in tv dal sig. Bricolo (che mi rifiuto perciò di chiamare onorevole, come è uso in questo paese per i parlamentari). Mi piace pensare che forse proprio il nonno o il bisnonno del sig. Bricolo si sarà suo malgrado trovato citato in questo altro brano della stessa relazione:
«Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione.»
E siccome ho letto in rete che qualcuno ha detto che quella citazione è falsa, preciso che è stata fatta in tv (alla trasmissione Parla con me, 12 maggio 2009) da Laura Boldrini, portavoce per l'Italia dell'UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati).

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