Non solo matematica...
Vi sono momenti della storia, nei quali tutto quello che si può fare
è tenere accesi piccoli fuochi nella notte, proteggendoli dalla tempesta
e da chi li vuole spegnere a colpi di prepotenza, di avvocati e di leggi,
perché, a notte e bufera finite, il villaggio dovrà pur ricominciare a cuocere e scaldarsi.
(Gilles Deleuze)

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Postato da MauroPiadi alle 21:59 di martedì, 30 giugno 2009

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 Er cicerone a piazza Navona

“Uànderful! Veri, veri nais dis piazza...”[1]
‘Macché piazza...’ se disse er cicerone
sbircianno er decorté[2] de ’na regazza,
‘questi so’ i colli de Montefiascone...’[3]

“Questa è opera de ’r granne Bbernini,
iu si?[4] Er fiume co’ ’na mano arzata,
pijanno ’n po’ pe’ ’r culo Bboromini,[5]
pe’ paura che caschi ’a facciata!”[6]

“End dat cerce? Sant’Aghnese, is it tru?”[7]
“E come no! La statua l’hai guardata?
Lo vedi che se tie’ ’na mano ’n petto?[8]

Che sembra quasi di’, a ttu pper tu:
‘È inutile che fate ’sta gufata[9],
qui sto e qui resterò, caro architetto!’”

[1] Wonderful! Very, very nice this “piazza”. (Meravigliosa! Molto, molto carina, questa piazza)
[2] Sbirciando il décolleté.
[3] Montefiascone è un paese vicino Viterbo, in zona collinare, famoso per la produzione del vino Est! Est!! Est!!! Il nome particolare di questo vino deriva da una leggenda. Nel 1111 Enrico V di Germania stava raggiungendo Roma con il suo esercito per ricevere dal papa Pasquale II la corona di Imperatore del Sacro romano impero. Al suo seguito si trovava anche un vescovo, intenditore di vini. Costui mandava il suo coppiere Martino in avanscoperta precedendolo lungo la via per Roma, per assaggiare e scegliere i vini migliori. I due avevano concordato un segnale in codice: qualora Martino avesse trovato del buon vino, avrebbe dovuto scrivere “est”, ovvero “c’è”, sulla porta della locanda, e, se il vino era molto buono, doveva scrivere “est est”. Il coppiere, una volta arrivato a Montefiascone e assaggiato il vino locale, non poté comunicare in altro modo la qualità eccezionale di quel vino se non ripetendo per tre volte il segnale convenuto e rafforzandolo con punti esclamativi: EST! EST!! EST!!!...
[4] You see? (Lo sai?)
[5] Prendendo un po’ in giro Borromini.
[6] Nella Fontana dei quattro fiumi (opera di Bernini) a piazza Navona, la statua rappresentante il Rio de la Plata tiene un braccio alzato e quella rappresentante il Nilo si copre il volto; una leggenda vuole che ambedue lo facciano per proteggersi dall’eventuale caduta della facciata arcuata (primo esempio del genere) della chiesa di Santa Maria in Agone, opera di Borromini, rivale acerrimo di Bernini.
[7] And that church? Sant’Agnese, is it true? (E quella chiesa? Sant’Agnese, vero?)
[8] Un’altra leggenda narra poi che Borromini rappresentò Sant’Agnese, che si tocca il petto con la mano, come ad assicurare che la sua chiesa non sarebbe caduta.
[9] La gufata è l’atto del portare jella.

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Postato da MauroPiadi alle 23:06 di lunedì, 29 giugno 2009

wilder

Billy, nato Samuel, Wilder (Sucha Beskidzka, 22 giugno 1906 – Los Angeles, 27 marzo 2002) è stato un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense di origine galiziana (attualmente Sucha Beskidzka è in Polonia, ma all'epoca faceva parte dell'impero austro-ungarico).

È considerato uno dei registi e sceneggiatori più prolifici ed eclettici nella storia del cinema ed è passato alla storia come il padre della commedia americana, ma è anche da annoverare fra i fondatori del genere noir. In circa cinquant'anni di carriera ha diretto oltre 30 film e scritto 75 sceneggiature.

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Postato da MauroPiadi alle 15:26 di sabato, 27 giugno 2009

Pigna

La fontana de la Pigna

’Gni vorta che cce passo[1], senti a mme,
me sovviene[2] che, sotto ar solleone,
annavo co’ mi padre a ’r Bottegone[3]
che era de Tojatti e Berlinguer.

Che bbevute lì sotto a quer nasone!
A Roma, ce lo sai, a le fontanelle
te voressi lava’ puro[4] l’ascelle
si nun girasse ’ntorno ’n pizzardone...[5]

Quella pigna sta lì, messa a ricordo
de una ppiù granne[6], aritrovata
in loco[7] e fregata poi da ’r papa.

Si se trovasse, noi romani, accordo
pe’ dasse tutti quanti ’na svejata[8],
je faressimo vede’[9], a ’sto magnarapa[10]!

[1] Ogni volta che ci passo.
[2] Mi ricordo.
[3] Bottegone era il soprannome con cui era noto, sia tra i comunisti che tra gli avversari, il palazzo dove aveva sede la direzione nazionale del Pci, in via delle Botteghe oscure, che si trova a poche decine di metri da questa fontana. D’estate, quando non avevo scuola, ero solito andarci con mio padre, dato che lui lavorava lì. Ricordo con affetto, soprattutto, il centralinista; all’epoca non esistevano numeri passanti, né tantomeno teleselezione, dunque tutte le telefonate da e per l’esterno passavano attraverso di lui; stavo interi pomeriggi affascinato dalle sue veloci mani che pigiavano sui tasti, e, talvolta, quando non ne poteva più, si assentava per i suoi bisogni lasciandomi alla consolle per un paio di minuti. Così ho potuto conoscere le voci di Pajetta, Bufalini, D’Onofrio e tanti tanti altri, che naturalmente incontravo anche nei corridoi, ma con i quali certo non mi capitava di scambiare voce! A due personaggi, invece, ho potuto invece stringere anche la mano: i due citati qui, ma questo sarà oggetto, casomai, di altro sonetto...

[4] Ti ci vorresti lavare anche.
[5] Se intorno non girasse qualche pizzardone. Questo è l’appellativo (affettuoso, ma non sempre...) con cui vengono chiamati a Roma i vigili urbani. Il nome deriva dal cappello che le guardie civiche portavano nell’ottocento, una sorta di feluca a due pizzi. Memorabile lo stornello del sor Capanna, che qui riporto:

Fiore de uvaccia,
li pizzardoni porteno la treccia,
in testa j’hanno messo la bbarcaccia.

Dove la barcaccia è la fontana di cui a un precedente sonetto; il cappello delle guardie municipali ricordava per la forma, una barca rovesciata!
[6] La fontana, realizzata dall’architetto Pietro Lombardi nel 1927, insieme ad altre nove, per l’arredo urbano in occasione del quinto anniversario della marcia su Roma, prende lo spunto dal ritrovamento, presso le Terme di Agrippa, di una enorme pigna in bronzo, risalente a epoca romana. La pigna bronzea venne portata in Vaticano (dove si trova ora nel cortile del Belvedere, all’interno dei Musei vaticani) in epoca medievale, tant’è che la cita Dante nel XXXI canto dell'Inferno:

La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma.

[7] Nel luogo.
[8] Per svegliarci tutti quanti.
[9] Gli faremmo vedere.
[10] Mangia rape. A Roma, i crauti (verza cotta) vengono detti anche rape, ed essendo il papa tedesco...

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Postato da MauroPiadi alle 12:34 di giovedì, 25 giugno 2009

giacomo-leopardi

Dopo accurate ricerche nella casa avita di Recanati, è stato scoperto un manoscritto inedito del poeta Giacomo Leopardi. Frotte di critici e studiosi si sono accinti all'arduo compito di interpretarne il significato. Sembra che quest'ode sia stata scritta subito dopo il celeberrimo canto A Silvia, ma sull'interpretazione i critici sono discordi: taluno arguisce che il poeta si sia voluto divertire a scrivere questo brano in forma ironica, sulla falsariga dei Paralipomeni della Batracomiomachia, con personaggi completamente inventati; altri reputa, invece, che il recanatese abbia avuto un sogno, una sera che aveva mangiato peperoni arrostiti non molto cotti. Un'infima minoranza, infine, sostiene che quest'ode è un falso, abilmente prodotto in epoca recentissima, ma non dice da chi e a quale scopo.
Noi, che per vie fortunose siamo potuti entrare in possesso del manoscritto, crediamo di fare opera meritoria pubblicandolo, sicché ogni lettore si possa formare la propria opinione leggendone il testo originale. Buona lettura.

A Silvio

Silvio, rimembri ancora
quel lettone di tua magion romana,
quando collier e gioielli
con mano lesta mi porgevi,
e io, lieta e pensosa, il grilletto
del mio telefonin premevo?

Suonavan le ricche
stanze, e le vie d’intorno,
al tuo perpetuo canto,
allorché con Apicella intento
cantavi, assai contento
delle ragazze che intorno avevi.
Era il maggio odoroso: e tu solevi
sollazzarti ogni giorno.

Io la Puglia leggiadra
talor lasciando e le sudate terre,
ove ricchi politicanti
di me compravan la miglior parte,
sperando sempre procurar ostello,
porgea gli orecchi al suon della tua voce,
ed alla man veloce
che pesanti buste allungava.
Mirava io banconote,
violette e gialle,
e quinci il tuo pipin, e rabbrividiva.
Lingua mortal non dice
quel ch’io sentiva in seno.

Che nottate fiammanti,
che cantate, che cori, o Silvio mio!
Quale allor mi apparia
il mio futuro opimo!
Quando sovviemmi del tuo scalpo asfaltato,
una risata squassa
il seno mio rifatto,
e tornami a doler di mia sventura.
O Silvio, o Silvio,
perché non mi rendi più
quel che giurasti allor? dove son i denari
ch’allor mi promettesti?

Silvio, pria che l’erbe inaridisca il verno,
da dileggio mondial combattuto e vinto,
scomparirai, qui lo giuro! E non avrai
dell’europarlamento il capo;
non ti molcerà più il core
la dolce lode or del poeta Biondi,
or di color ch’al minister chiamasti;
né teco le scolte in villa
ragioneran d’amore.

Anche perìa fra poco
la speranza mia dolce: all’ostello mio,
che pur bramavo,
rinunciar dovrò. Ahi come,
come infingardo sei,
quante frottole ognor mi raccontasti,
sol perché io te lo menassi!
Questo è il mondo? questi
i posti di lavor, i ponti, l’opre, gli eventi,
onde di voti qui hai fatto il pieno?
questa la sorte delle italiche genti?
All’apparir del vero
tu, misero, cadrai: e con la mano
la villa sarda ed un vulcano spento
mostrerai di lontano.

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Postato da MauroPiadi alle 19:25 di martedì, 23 giugno 2009

Rane

’A fontana de le rane

A ’r centro de ’r quartiere Coppedè[1]
ce sta ’na fontana co’ li ranocchi
tra muri bbizzantini e bbarocchi:
riminiscenze da dove’ vvede’[2].

’Sto Coppedè era ’n mostro de bbravura,
c’aveva ’n gusto a mescola’ li stili
che in quattro palazzotti signorili
scrisse la storia de l’architettura[3].

M’aricorda[4] ’n concerto ch’ho sentito,
pe’ ppianoforte, ne ’r novantatré;
sonava ’n itagliano, ’n tal Cannato[5]

- era chiaro - appena diplomato[6]:
ne ’r programma, da Bacche a Sciombé[7]
c’era tutta ’a storia de lo spartito[8]!

[1] Viene così chiamata una piccola zona di Roma (pochi isolati che contano esattamente 17 villini e 26 palazzine), tra la via Nomentana e la via Salaria, realizzata ai primi del secolo scorso dall’architetto fiorentino Gino Coppedè.
[2] Reminiscenze da dover vedere.
Gli edifici del quartiere Coppedè sono realizzati con uno stile architettonico in cui le suggestioni del passato - torri medievali, finestre manieriste, stemmi barocchi - si fondono in modo perfetto con elementi desunti dal repertorio Liberty e Déco. Ne risulta un paesaggio unico: villini circondati da vegetazione, edifici in cui i motivi mitologici dell’antica Grecia si uniscono a un medioevo fantastico. Si entra nel quartiere attraverso un arco dal quale pende un enorme lampadario in ferro battuto (!). La decorazione è data da fregi, stucchi, cornicioni, mascheroni, balaustre, bugnati, statue e logge disposte in modo asimmetrico.
[3] Il risultato dell’opera di Coppedè è un paesaggio unico: villini circondati da una discreta vegetazione, edifici in cui l’antichità greca, con i suoi motivi mitologici, si uniscono al medioevo che si immagina da fiaba, con fate e cavalieri corazzati. In altri edifici si nota una dominanza del contemporaneo Liberty, fondato sulla stilizzazione di elementi della natura, come gigli, rose, campanelle, rami che si intersecano. Ma non è tutto: la Palazzina del Ragno, per esempio, con i suoi archi disposti asimmetricamente e il faccione scolpito, vuole riecheggiare la statuaria assiro-babilonese (cui del resto occhieggiava anche l’arte barocca).
[4] Mi fa tornare in mente.
[5] L’episodio è vero, anche se il nome è di fantasia...
[6] Ricordo, per chi non lo sapesse, che al diploma di pianoforte bisogna eseguire brani per un’ora complessiva, che coprono l’arco della storia della musica, dal settecento a (più o meno) i giorni nostri...
[7] Forse non tutti lo sanno, ma i romani sono fantastici nello storpiare i nomi stranieri, che tentano di forzare sempre alle regole del proprio dialetto. Qui si citano nientemeno che Bach e Schönberg...
[8] Ovvero della musica.

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Postato da MauroPiadi alle 11:32 di domenica, 21 giugno 2009

... che si ritrovano amici di blog, ma azzarderei, senza tema di smentita, anche ormai amici personali.
E quando gli amici arrivano anche dalla

Romagna solatia, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta;
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta...
(ri-cit.)

... allora la cena è più gustosa, il ciarlar più allegro e i versi fioccano...

Ieri sera, lì a la Tavernaccia,
se semo scofanati a tutto spiano!
D’artronde, co’ quer magna’ paesano,
nun c’è verzo che a quarchedun nun piaccia!

Flavio, Nico, Andrea e Maria Grazzia
co’ Enzo, Marco, Flo e Massimino
hanno magnato ppiù de un grissino
come d’artronde Paola co’ Ppatrizzia!

Ma si li conti nun li ho sbajati
eravamio undici lì a ttavola...
Chi s’è scancellato da la memoria,

chi stava puro lì a fa’ bardoria?
Chi scrive ’sti verzi sparpajati...
Mauro, omo dall’occhi nocciola!

Con tanti ringraziamenti a tutti quelli che sono venuti, il dispiacere per chi non è potuto essere dei nostri e sberleffi alle solite sòle...

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Postato da MauroPiadi alle 15:46 di giovedì, 18 giugno 2009

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’A Bbarcaccia

"Córi[1]! Córi! Er Tevere strarìpa!"
Se senteno ’sti strilli da Regola[2]
a Ppanìco, da Ponte ’nzino[3] a Ripa.
La ggente, pijata da la fregola[4],

s'accarca verzo[5] i colli: a ’r Campidojo,
a ’r Celio, a ’r Viminale e a l’Aventino.
Li ggiorni dopo, sortanto cordojo[6]
de tutto er popolo capitolino.

Passata la bburiana, er papa fece
a Bbernini Pietro, de’ Giallorenzo
padre: “Su quella piazza, Noi volemo[7]

che sia fatta ’na fontana, co’ prece[8]
ch’ar popolo je risovvenga er zenzo[9]
de ’sta bbarca co’ ’n zolitario remo!”[10]

[1] Corri.
[2] Questo e i successivi sono i nomi di alcune delle zone di Roma che affacciano sul Tevere e che più spesso erano sommerse dalle frequenti piene, fino a che, tra la fine dell'ottocento e l'inizio del novecento, vennero costruiti gli argini a muraglione che ancora oggi proteggono il centro storico della città. Per proteggere la zona meridionale, invece, toccò attendere i primi governi comunali di sinistra, che sistemarono finalmente la zona della Magliana, che fino agli anni sessanta ogni volta che pioveva poco più del normale diventava un acquitrinio.
Regola è il rione di Campo de’ Fiori, Panìco è la zona tra Regola e Ponte, che è il rione di Sant'Eustachio (dove si beve il miglior caffè di Roma), Ripa è il rione dell'isola Tiberina.
[3] Sino.
[4] Presa dall'ansia.
[5] Si accalca verso.
[6] Soltanto cordoglio.
[7] Vogliamo.
[8] Preghiera, ma anche precetto nel senso di ordine.
[9] Gli torni in mente il significato.
[10] La fontana di piazza di Spagna, detta familiarmente Barcaccia, venne realizzata nel 1627 da Pietro Bernini, che lavorò aiutato anche dal figlio Gian Lorenzo, su commissione del papa Urbano VIII. La sua forma particolare, rappresentante appunto una barca, venne ispirata dalla comparsa sulla piazza di una barca, con un solo remo rimasto a bordo, portata fin lì da una delle massime piene del Tevere, quella del 1598. È una delle poche fontane monumentali di Roma che non presenta zampilli o cascate d'acqua, e ciò per una precisa ragione tecnica: all'epoca la pressione dell'acquedotto Vergine, da cui era alimentata, era talmente insufficiente che il Bernini,  per poterne consentire almeno il riempimento, la dovette interrare rispetto al terreno circostante.

[In testa: Ettore Roesler Franz, La piena del Tevere a via della Fiumara, 1870, acquerello, collezione privata]

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Postato da MauroPiadi alle 14:44 di mercoledì, 17 giugno 2009

spigoli

Siamo finalmente riusciti, dopo appostamenti degni di Sam Spade, Harry Bosch o Kurt Wallander, a intervistare Gaetano Saya, fondatore della “Guardia nazionale italiana”. Gli abbiamo chiesto di commentare le reazioni preoccupate dell’opinione pubblica democratica di fronte a un corpo di vigilantes le cui insegne ricordano da vicino i simboli più sinistri del fascismo.

Domanda: Signor Saya, non le sembra che le divise dei vostri ragazzi ricordino un po’ troppo da vicino le uniformi del ventennio? Per esempio, quell’aquila imperiale sul berretto...

Risposta: Quella unaquila imperiale? Macché! È soltanto un falco pellegrino; serve a sottolineare il nostro impegno a favore delle specie in via d’estinzione. Noi non abbiamo nulla a che fare con un’ideologia anacronistica ormai consegnata alla storia!

D: E il saluto romano?

R: Anche qui si tratta di un equivoco: noi tendiamo il braccio per fare esercizi di stretching, per sciogliere i muscoli, insomma...

D: Ah bene! Ma i distintivi con il testone del Duce…

R: Il Duce? Buona questa. Guardi meglio: non vede che è Claudio Bisio? Siamo tutti fan sfegatati dell’attore milanese, e ne siamo fieri!

D: Scusi, però la fascia nera sul braccio, decorata con una fiamma tricolore…

R: Intanto, la fascia non è nera, ma color canna-di-fucile... E poi, guardi meglio: quel disegno non è una fiamma, ma un gelato ai gusti di pistacchio, limone e fragola. Un simpatico messaggio di pace che piacerà sicuramente anche ai bambini...

D: Grazie, signor Saya, ci ha rassicurati completamente. Non abbiamo nulla da temere dalle sue Guardie democratiche e antirazziste. Del resto ben si vede dalle foto che non siete armati altro che di una torcia…

R: No, un momento, lei continua a confondersi e a confondere i suoi lettori. Quello veramente è un manganello. E se non la pianta con le domande, brutto ficcanaso comunista extracomunitario frocio, glielo sbatto dove dico io!

Ed ecco come appare la divisa della “Guardia nazionale italiana”: i lettori possono giudicare da sé...

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Questo, invece, l'originale, indossato dal maresciallo Rodolfo Graziani nel 1944 (uno di quelli, tra l'altro, che portarono la civiltà in Libia nel periodo 1921-'34):

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Postato da MauroPiadi alle 23:08 di lunedì, 15 giugno 2009

maiale

Er politicamente coretto[1]

’Na vorta chi nun ce vedeva gnente
era chiamato cieco, sarvognuno.
Oggi invece tocca a ddi’[2] “non vedente”,
ché cieco nun se po’ ppiù ddi’ a gnisuno[3].

E mo’, si uno nun è bbono a letto
pe’ nun offenne[4] lui, e manco l’amante,
nun je se po’ ddi’ ’mpotente, mica è coretto[5]:
je se potrebbe di’[6], che so, “non trombante”...

Vabbe’, nun me ce lambicco er cervello,
tanto, er zignificato è sempre quello:
quello che io ho sempre detto porco

tu lo poi chiama’ ppure maiale,
ma rimane pur zempre l’animale
der quale nun spreca gnente er biforco[7]!

[1] Traduzione romanesca di politically correct...
[2] Tocca di dire.
[3] Non si può più dire a nessuno.
[4] Per non offendere.
[5] Corretto.
[6] Gli si potrebbe dire.
[7] Del quale il contadino non spreca nulla.

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Postato da MauroPiadi alle 22:17 di domenica, 14 giugno 2009

srdce_v_knize

Io sarò albero

Io sarò albero se ti farai
fiore d’un albero:
se rugiada sarai, mi farò fiore.
Rugiada diverrò, se tu sarai
raggio di sole:
così, mio amore, noi ci uniremo.

Se, mia fanciulla, tu sarai cielo
io diverrò, allora, una stella:
se, mia fanciulla, tu sarai inferno,
io, per amarti, mi dannerò.

(Sándor Petőfi, poeta ungherese, 1823-1849)

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