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Continuo a pubblicare un'anteprima del nuovissimo contro-dizionario Pio-Grassi.
(Ma possibile che nessuno abbia capito il riferimento ai nomi?
)
Reattore = sovrano amante della recitazione
Carotide = cibo preferito del coniglide
Anomalia = fascino dell'ano
Melodia = invito a un cliente da prostituta educata
Precariato = dente che spunta già con una piccola carie
Circostanze = locali chiusi nei quali si esibiscono clown e acrobati
Latitanti = poligoni che hanno un numero di lati superiore a quelli del dodecagono; anche se molto ricercati, questi poligoni tendono a rimanere nascosti
Onanismo = fenomeno di crescita anormale partenopea; contrario di ogigantismo
Piloni = grosse pile che sostengono il ponte-radio
Equipollenza = vendita di equini e pollame allo stesso prezzo; di solito il cavallo è difettoso, o il venditore cerca di fregare sui polli
Lestofante = soldato che marcia a piedi, ma molto rapidamente
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Stanley Kubrick (New York, 26 luglio 1928 – Harpenden, 7 marzo 1999) è stato un regista, fotografo e sceneggiatore statunitense naturalizzato britannico, considerato tra i maggiori cineasti del XX secolo.
La stampa e la rete lo ricordano sempre: lui, regista per eccellenza, oggetto infinito di studio, di dibattito, di letture, interpretazioni e opinioni. Un regista freddo, un regista da amare ad ogni costo, un regista senza eredi: le definizioni si sprecano.
Non c’è corso di cinema, libro sugli audiovisivi, sulla regia, sulla sceneggiatura che non analizzi abbondantemente qualche suo film, qualche sequenza, qualche momento. Kubrick è il modello da studiare, un metro di paragone inarrivabile e alieno. Ma, senza voler essere provocatori, Kubrick è anche regista di emozioni. Un paradosso, un’assurdità: basti pensare alla perfezione maniacale della tecnica dei suoi film e alla (presunta) glacialità che le sue immagini regalano allo spettatore.
Ore e ore spese a studiare la fotografia di un’inquadratura, la prospettiva, le posizioni degli attori. E una documentazione impressionante, come si vede facilmente in Barry Lyndon. Ma sotto l’inattaccabile e affascinante cura tecnica, sotto l’estetica più perfetta del perfetto, si nasconde sempre e comunque un’etica che, colta anche solo per un attimo e in minima parte, distrugge tutto e re-inventa il pensiero. C’è chi la chiama filosofia.
Ogni film un capolavoro, e tutti in generi diversissimi:
1956 - Rapina a mano armata (giallo)
1957 - Orizzonti di gloria (antimilitarista)
1960 - Spartacus (storico)
1962 - Lolita (critica sociale)
1964 - Il dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba (antimilitarista)
1968 - 2001: Odissea nella spazio (fantascienza)
1971 - Arancia meccanica (critica sociale)
1975 - Barry Lyndon (storico)
1980 - Shining (thriller/horror psicanalitico)
1987 - Full Metal Jacket (antimilitarista)
1999 - Eyes Wide Shut (psicanalitico)
Ed è per questo che la grandezza di Kubrick non sta in una singola opera, ma nella coerenza del suo cinema, fatto di prototipi d’autore, di reinvenzioni di materiali letterari (partendo da testi, spesso “di rango”, da Nabokov a Burgess, da Arthur Clarke a Stephen King ad Arthur Schnitzler), di opere che hanno riconfigurato e detto spesso l’ultima parola su un genere: il polpettone storico romano non è più stato lo stesso dopo Spartacus, la scansione temporale degli eventi di Rapina a mano armata rimane un punto di riferimento per il poliziesco, l’horror/thriller ha acquistato dignità (e profondità psicanalitica) con Shining, la rarefazione della morbosa sensualità di Lolita ha retto splendidamente il confronto letterario, la raffigurazione pittorica della società settecentesca ha trovato la sua perfezione in luci e ombre sulla tela cinematografica di Barry Lindon. E che dire delle prese di posizione contro la guerra, dalla carneficina dei fanti di Barry Lindon all’assurdo processo di Orizzonti di gloria, dal grottesco pamphlet di Il dottor Stranamore, alla violenza lacerante di Full Metal Jacket?
L'ultimo film, Eyes Wide Shut, trasposizione del romanzo Doppio sogno di Arthur Schnitzler è la storia di un medico (Tom Cruise) che va in crisi quando la moglie (Nicole Kidman) gli confessa i suoi sogni erotici. E vaga una notte intera per New York (tutta ricostruita negli studi inglesi di Pinewood) finché non torna a casa. E alla domanda che rivolge alla moglie nella scena finale: “Qual è la cosa che va fatta il prima possibile?”, lei risponde: “Scopare”. Questo è il sigillo d'autore, l'ultimo atto.
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Cronotopo = ratto a orologeria
Àngora = pesante oggetto di ferro galato dalle imbargazioni per non farle allontanare dalla gorrente
Catorcio = recipiente per l’olio a forma di gatto inglese
Fornicare = fare l’amore in un forno
Pellicani = cibo destinato dall’uomo al suo amico a quattro zampe
Glandestina = emigrata russa dedita al mestiere più antico del mondo*
Scolastici = attrezzi da cucina con i quali si scolano gli astici dopo la bollitura
Meno male = non so fare a botte
Drogatto = felino dedito all'uso di hashish*
Guercia = albero segolare d’alto fusto; gualguna raggiunge il segolo
Barare = agghiabbare il ballone brima ghe endri in borda
Energumeno = chi mena energicamente
Passerella = vezzeggiativo di un comune uccello di sesso femminile
* Ringrazio il mio amore per la collaborazione...
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’A signora de li gatti ha scritto ’n post
co’ tutte quelle cose che d’estate
je piace avecce in tavola gustate;
de tutte quelle ne magnerei ’n ber po’
ma io c’aggiungerei arcune frutte
ch’ormai nessuno quasi ppiù conosce:
de Venere le zinne, e poi le cosce
de monica; le mele ignote tutte:
annurche, limoncelle e renette
senza scordasse giuggiole e lamponi,
e li cocommeri senza li striscioni,
de quelli verdi, da magna’ a fette;
uva spina, cotogne e melograni,
le more, le carubbe... voj mette?
E daje, nun fermamose a le frutte,
tiramo fora prodotti nostrani
che a tavola nun ze troveno ppiù:
faro, boraggine, raperonzoli,
tutta verdura che nun c’ha fronzoli
ma nun la trovi manco ppiù liggiù...
La ruta pe’ fa’ bbona l’inzalata
inzieme a ’n par d’etti de rughetta;
bisogna esse ’na bbona forchetta
e trova’ compagnia pe’ ’a tavolata!
Io chiamo ’n par d’amichi che conosco:
Flavio, Enzo, Nico, la Gatta e Flo’
(ch’a ’sti piatti nun direbbe mai no...),
e chiamo puro Lucariello er tosco,
e Ggiuvinotta, Mariagrazzia e Cesca,
Emanuele si vvie’ da Napoli
ce porta puro ’n po’ de’ strufoli,
’nzomma, famo ’na cosa pittoresca!
Queste so’ quelle ch’ancora ricordo,
ma tante e tante ce ne stanno ancora...
e mo’ che fai, cara Tamango, allora?
Ce scriverai ’n artro poste ingordo?
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’Na bbella serata.
Ieri sera er zor Enzo m’ha ’nvitato
a vede’ ’no spettacolo in dialetto...
me fa: “Si vvoj veni’[1] sei bben accetto!”
e io tosto me ce so’ ’mbucato[2].
Dice: “Nun è gnente de straordinario,
è robba così, de ’r paese nostro...”[3]
ma io je lo regalo ’n po’ d’enchiostro[4]
visto che de ’sto blog so’ proprietario...
A Serena e Alessia, a Mimmo e Pino[5]
je vojo manna’ ’sti ringrazziamenti[6]
ché la serata è stata tanto bbella,
co’ le scenette e le canzoni, Nino[7],
Ettore[8], Lina[9] e l’accortellamenti[10],
Ardo[11], ma soprattutto... Nannarella[12]!
[1] Se vuoi venire.
[2] Mi ci sono infilato.
[3] Citazione dalla canzone di Petrolini e Simeoni Tanto pe’ canta’, resa celebre ai tempi nostri dall’interpretazione di Nino Manfredi.
[4] Inchiostro.
[5] Sono gli attori/cantanti dello spettacolo. Alessia è la figlia di Enzo.
[6] Voglio mandare loro questi ringraziamenti.
[7] Mandredi, che non era romano di nascita (era nato a Castro dei Volsci, dunque ciociaro), ma che di Roma ha saputo interpretare forse i personaggi migliori, grazie all’intelligenza e alla bravura del regista Luigi Magni.
[8] Petrolini.
[9] Natalina Cavalieri, cantante di origini viterbesi, prima di caffè concerto e poi lirica, in attività tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento; forse la più bella donna del mondo, almeno a giudicare dalle cronache dell’epoca.
[10] Accoltellamenti. Naturalmente quelli conseguenti alle passatelle finite male. Per un altro post sulla passatella, si veda quest’altro sonetto.
[11] Aldo. È, ovviamente, Fabrizi, altro grande interprete dei sentimenti romani.
[12] Anna Magnani, la più grande attrice romana, e non solo...
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Joaquín Salvador Lavado, più conosciuto come Quino (Mendoza, 17 luglio 1932), è un autore di fumetti argentino.


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Er gatto sotto casa
C’ho ’n gatto sotto casa, bbianco e nero,
’sti ggiorni se ne sta a rosolasse
a ’r zole[1], senza paura d’abbruciasse
e dde fini’ anzitempo a ’r cimitero.
“Ciccio!” lo chiamo io famigliarmente,
“Vvie’ a l’ombra! Ma nun zenti che callaccia?[2]
Su, bbevi, attaccate a ’sta boraccia!”
Lui me guarda (vo’ fa’[3] l’indifferente)
co’ ’n occhio solo, sembra ’nteressato,
ma ppoi richiude l’occhio e bbonasera!
Er gatto appisolato è ’na bellezza:
pare da ’r monno ’ntero[4] isolato,
ma abbasta che je cambia l’atmosfera
ché lui veloce ce se raccapezza![5]
[1] Se ne sta a rosolarsi al sole.
[2] Vieni all'ombra! Non la senti che afa?
[3] Vuole fare.
[4] Dal mondo intero.
[5] Si rende rapidamente conto della situazione.
Questo sonetto è dedicato a Tamango, la signora dei gatti; se andate a leggere questo suo post, capirete quanto ami i gatti e quanto della sua vita sacrifichi per loro...
Non è escluso che sia il primo di una serie dedicata a questo splendido animale; dunque le altre mie amiche gattare non si sentano offese...
ce ne sarà per tutte!
P.S. La foto non è del gatto sotto casa mia, purtroppo; in questi giorni non si fa vedere... ma appena lo becco, lo immortalo e piazzo la sua foto!
Campo de’ Fiori
Certo che ’na fontana così bbrutta[1]
a ’r centro de ’na piazza tanto bbella
(che me ricorda, sai, a Nannarella[2]
che qui cce venneva[3] verdura e frutta)
nun è che ppo’ ppiace’ a ’gni[4] turista,
anzi, fateme di’, propio a gnisuno...[5]
Ppovero te, caro Ggiordano Bbruno[6],
che cce ll’hai ogni ggiorno ’n bella vista!
Te vedo cammina’, mordacchia ’n bocca[7],
dignitoso ne l’abito de morte...
Caro Ggiordano, a chi tocca tocca:
ma tu sei stato, certo, assai ppiù forte
de quer papa fijo de meretrice
ch’ammazzò tte e ppuro Bbeatrice![8]
[1] In effetti, la fontana di Campo de’ Fiori, come si può vedere dalla foto in testa, è proprio brutta... Appena appena meno brutta di quella che era precedentemente nella piazza, che è questa
e che ora si trova in piazza della Chiesa nuova; ambedue sembrano terrine, una con il coperchio e una senza. La posa di questa fontana è dovuta alla giunta comunale eletta nel 1888, in cui per la prima volta vi fu una maggioranza massonica e anticlericale.
Off topic: Tra i primi sindaci di Roma, dopo la breccia di porta Pia e l’unificazione con il regno d’Italia, si annoverarono parecchi esponenti della proprietà latifondistica e della nobiltà romana: Doria Pamphili, Torlonia, Colonna, Pallavicini, Ruspoli, Caetani, Alibrandi e così via. Si dovette attendere il 1907, con l’elezione di Ernesto Nathan, mazziniano, massone e anticlericale, per rovesciare finalmente quella tendenza. La fontana che si trova attualmente nella piazza venne lì posta mente era sindaco, appunto, Leopoldo Torlonia.
[2] Il riferimento è al film del 1943 di Mario Bonnard, Campo de’ Fiori, con Anna Magnani, Aldo Fabrizi e Peppino de Filippo. Nel film la Magnani (detta a Roma, familiarmente, Nannarella) è Elide, che ha nella piazza un banco di frutta e verdura. La pellicola fa parte della trilogia comprendente Avanti c’è posto e L’ultima carrozzella, dove Aldo Fabrizi interpreta personaggi popolari come il tranviere, il vetturino e, qui, il pescivendolo. Il film è considerato uno dei primi segni del nascente neorealismo, per via delle locazioni naturali, del linguaggio popolare, e degli attori provenienti dalla strada o dall’avanspettacolo. Protagonista del film è anche la piazza, ora purtroppo luogo famigerato di risse notturne, ma che a quei tempi, frequentata da una varia umanità di piazzaroli, era vivo esempio dello spirito popolare romanesco. Fanno da sottofondo (da coro greco, direi...) ai protagonisti le grida dei venditori che esaltano la merce e i battibecchi con gli acquirenti che ne mettono in dubbio la freschezza.
[3] Ci vendeva.
[4] Non può piacere a ogni.
[5] Anzi, fatemelo dire, proprio a nessuno.
[6] Giordano Bruno, frate domenicano, filosofo e scrittore, condannato al rogo per eresia. Venne arso il 17 febbraio 1600 proprio in Campo de’ Fiori. Sul luogo dove era stata posta la pira, nel 1889 venne eretta una statua in bronzo a ricordo dell’avvenimento.
[7] Estremo affronto, Bruno venne condotto al rogo con la lingua in giova, cioè serrata da una morsa, affinché non potesse parlare...
[8] Eroina popolare romana, giustiziata per parricidio sotto il regno dello stesso Clemente VIII, appena pochi mesi prima del rogo inflitto a Giordano Bruno. Per la storia di Beatrice, si veda questo mio post di qualche mese addietro.
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Cosa hanno in comune un matematico e un ingegnere? Sono entrambi stupidi, con l'eccezione del matematico.
In un sistema cartesiano, ogni punto del piano era schedato.
Persa la ragione, la progressione smise di progredire.
“Ricomponiti”, disse la parentesi al polinomio: “così scomposto, ti si vedono i monomi!”
Immersa da tempo nella tavola pitagorica, l'equazione aveva sviluppato radici numerose e complesse.
“Quella funzione ha un seno iperbolico”, si disse il logaritmo leccandosi la mantissa.
Il polinomio era ormai in uno stato di avanzata decomposizione, tanto che monomi e binomi si staccavano a pezzi.
“In fondo ho dei numeri”, pensò la parentesi: “potrei diventare una potenza!”
L'equazione stava cercando di risalire alle radici per trovare la propria identità.
Convinto dalla tangente, il cerchio accettò di trasformarsi in quadrato. L'angolo invece rifiutò: era sempre stato retto e tale voleva restare.
Quando andava al circolo, il diametro passava sempre per il centro.
Purtroppo aveva una radice cubica, e l'estrazione sarebbe stata difficile.
Priva di indice, la radice quadrata non aveva fatto il servizio militare.
La radice di due era molto preoccupata: ormai erano passati trenta decimali senza che le venisse il periodo. Temeva di essere incinta, anche se ciò le sembrava irrazionale.
“Ma tutto ciò è immaginario!”, esclamò il radicale, puntando l'indice accusatore su meno uno.
“Facciamo quadrato”, gridò l'ipotenusa ai cateti: “arrivano i rettangoli!”
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Tempo fa scrissi un sonetto d'amore in dialetto romano. Il carissimo amico Hettori (Lucariello, eduardianamente, per me
) ha scritto la sua versione in toscano, invitando i suoi lettori a tradurre lo stesso sonetto nel proprio dialetto. L'idea m'è sembrata ganza assai... e allora ripeto qui l'invito di Luca, spronando anche i miei lettori a eseguire l'adeguata opera di traduzione!
Di seguito riporto il post di Hettori, mentre questo è il collegamento al mio sonetto.
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